10-Recensioni di opere con prima edizione fino al 1999


Recensioni di opere con prima edizione fino al 1999

Carlo Papini

Sindone

(Una sfida alla scienza e alla fede)

Claudiana Editore, 1998, pagine 175, con molte illustrazioni , lire 19000

Siamo di fronte ad un testo ben fatto e documentato che dimostra in maniera inoppugnabile la fa1sità della Sindone. Le numerosissime prove dirette e indirette illustrate dall’autore con ampi riferimenti bibliografici sono:

– la conservazione dei panni funerari di Cristo era un idea del tutto estranea alla mentalità dei cristiani dei primi secoli ed infatti non risulta in alcun testo di storia della chiesa antica;

– nel Medioevo esistevano ben 40 sindoni o sudari di Cristo in giro per l’Europa inventati da preti di pochi scrupoli per abusare della credulità popolare e trarne ottimi guadagni;

– l’attesa dell’imminente ritorno del Messia più volte ribadita nei vangeli rendeva superflua la raccolta delle reliquie di Cristo poiché si credeva che sarebbe tornato di 1ì a poco;

– la “sindone” dei vangeli è da intendersi come abito e non come lenzuo1o, qui siamo in presenza di un equivoco di traduzione simile a quello che ha confuso “Kami1os” (grossa gomena) con camme11o;

– Gesù fu lavato prima della sepoltura e quindi la Sindone è chiaramente falsa poiché il corpo che avrebbe avvolto sarebbe stato chiaramente quello di una persona sepolta senza lavaggio;

– esperti di archivistica consultati nel 1902 da papa Leone XIII attestarono la sua falsità scrivendo nella loro relazione “non sustinetur”, cioè non è sostenibile la sua autenticità

– la disposizione delle mani incrociate sul pube è “impura” e contraria alle usanze ebraiche dell’epoca, che prescrivevano invece “le braccia distese lungo i fianchi”;

– l’eccessiva lunghezza delle braccia e delle dita ne conferma l’origine artificiale. Possibile che Dio si faccia uomo incarnandosi in un individuo con membra di proporzioni scimmiesche ?;

– i panni funerari ebraici non coprivano il viso del defunto che era invece avvolto da un altro panno detto sudario. Come si spiega la doppia impronta?;

– le raffigurazioni di Gesù in affreschi delle catacombe romane non collimano affatto con l’uomo della Sindone poiché vi è stato raffigurato con capelli corti, senza barba e con le braccia corte;

-la radiodatazione fatta in contemporanea a Zurigo, Oxford e Tucson ha confermato in maniera inequivocabile l’epoca medievale del lino, il quale è stato perfettamente pulito e sgrassato prima delle analisi;

Il libro è un testo ampio e documentato che riporta molte altre prove della falsità della Sindone. Il vero motivo per cui la Sindone di Torino è arrivata a tale notorietà risiede nell’essere stata per secoli proprietà dei Savoia, che hanno dato alla chiesa papi e cardinali e sostegno politico-militare contro gli eretici ginevrini. Smentire la loro Sindone significava giocarsi la loro fedeltà per cui il papato preferì, pur sapendo falsa la Sindone, lasciar fare.

Piero Marazzani, 1999

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Autori Vari (a cura di Amerigo Sassi)

Gli anarchici di Clivio e la scuola moderna razionalista

Macchione Editore, Varese, 1998, pagine 144, lire 39000

Il prete ha sempre avuto bisogno di gente ignorante per rifilarle le sue panzane. E così, pur disponendo sia nel Medioevo sia nell’età moderna di ricchezze immense, le quali avrebbero consentito agevolmente di pagare innumerevoli maestri, la chiesa se n’è sempre ben guardata. Nel suo stesso Stato Pontificio l’ana1fabetismo era a livelli altissimi e, quando i governi post-risorgimentali vollero introdurre l’istruzione elementare obbligatoria, Pio IX in persona scrisse a Vittorio Emanuele II nel 1867 per dissuaderlo.

Anche la scuola fondata da Mazzini per i poveri mendicanti italiani deportati a Londra negli anni ’40 dell’800, in qualche modo un antenato di quella di Clivio, fu sempre boicottata dal clero.

Viene subito da chiedersi com’è mai possibile che in un paese grande come l’Italia l’unica esperienza simile sia avvenuta nel varesotto? Il libro non fornisce specifiche risposte ma qualcuna si può ipotizzare:

-in epoca pre-fascista, post-fascista ed a maggior ragione durante il ventennio il governo ha quasi sempre boicottato tali scuole;

-gli anarchici hanno sovente privilegiato il piano agitatorio-insurrezionalista su quello del lavoro di base tra le masse;

-socialisti e comunisti, allora come oggi, fanno il doppio gioco con la chiesa. poiché cercano di carpire i voti dei cattolici evitano di urtarsi con il c1ero e quindi, in primis, hanno sempre evitato di fondare scuole che inevitabilmente darebbero fastidio al prete

-Clivio, in provincia di Varese, era un centro di lavoratori edili che stagionalmente emigravano in paesi meno clericalizzati del nostro come la Svizzera, la Francia ecc. assimilando teorie e pratiche raziona1istico-libertarie.

L’antic1ericalismo nel varesotto è ben illustrato in un capitolo con fonti originali d’epoca e il pezzo relativo al funerale di un compagno ci ricorda come allora i cimiteri fossero controllati dai preti i quali, ove spalleggiati dai sindaci, negavano il seppellimento ai non battezzati e ai morti scomunicati o in peccato mortale. –

Un sospetto caso di omicidio di un anticlericale è riportato a pagina 31. Trattasi chiaramente di un omicidio mascherato da suicidio: come è possibile che una persona contemporaneamente si sgozzi e si anneghi? Trattasi chiaramente di una vendetta clerical-militarista avvenuta a causa delle idee antifideiste e antibelliciste di questo militante libertario.

Il connubio clerico-fascista è ben illustrato nel testo ove si rintraccia un preciso gioco delle parti tra fascisti e preti al fine di distruggere questa benemerita iniziativa: il fascismo non è altro che l’espressione

più bieca del reazionarismo e dell’oscurantismo clericale.

Inoltre è da rilevare che la morte del padre ispiratore di questa scuola moderna razionalista, Francisco Ferrer, è ricordata a pagina 138 nella riproduzione anastatica del periodico “La scuola moderna di Clivio”.

Piero Marazzani, 1999

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Mario Guarino

Beato impostore

(Controstoria di Padre Pio)

Kaos Edizioni, 1999, pagine165, lire 25000

Innanzi tutto bisogna inquadrare storicamente il paese di nascita di Padre Pio cioè Pietralcina in provincia di Benevento: zona di fanatismo religioso autolesionista. Infatti a Guardia Sanframondi, paese situato a circa tre chilometri di distanza, ogni anno moltissimi cattolici si lacerano le carni con spazzole di ferro che potrebbero benissimo essere state utilizzate da padre Pio per farsi le stimmate. Ma questa è anche zona di plebi reazionarie fi1oborboniche infatti a Pontelandolfo, paese situato a circa l0 chilometri di distanza, furono massacrati nel 1861 ben 45 soldati italiani in un agguato brigantesco.

I suoi genitori erano contadini analfabeti poverissimi che credevano anche al malocchio e alle fatture: insomma è chiaro che 1’ambiente reazionario fanatico e chiuso sommato alla famiglia superstiziosa ma nello stesso tempo religiosissima spiega perfettamente. la genesi di un personaggio come padre Pio. In lui albergavano dogmatismo, fanatismo, odio per tutti i noti cattolici, una concezione religiosa medievale e reazionaria per la quale, non a caso, fu sempre in buoni rapporti con i fascisti ed un suo devotissimo fedele fu perfino condannato a morte in contumacia per collaborazionismo con i nazisti.

Ma il testo si concentra soprattutto sul lato affaristico della vita di padre Pio che fu un’autentica calamita di denaro sia da vivo sia da morto. Alla faccia della povertà evangelica il povero convento di San Giovanni Rotondo si è trasformato in una centrale finanziaria dove per ben due volte i soliti speculatori d’assalto che promettono mirabolanti interessi hanno fatto breccia per poi regolarmente sparire con i miliardi loro affidati. Prima con lo scanda1o Giuffré che coinvolse otto ordini religiosi e ben 62 vescovadi per un totale di 3o2 singoli esponenti del clero e strutture clericali, poi con lo scanda1o Avorgna che si fregò ben otto miliardi clericali. Non parliamo poi dei traffici delle reliquie di padre Pio, in particolare dei suoi pannolini sporchi di sangue poiché siamo a livello di pura idolatria.

Il Vaticano intervenne più volte, comandò ispezioni e perizie ma, alla fine, in cambio grosse donazioni, concesse deroghe licenze privilegi dispense fino al punto di farlo beato dopo morto. Eppure le denunce sia anonime sia firmate che accusavano padre Pio di ogni sorta di abusi ed eccessi non sono mai mancate: i preti diocesani di Foggia e Benevento per decenni ne dissero e scrissero contro di lui di cotte e di crude.

Quello che questa biografia rivela è che per lui si mosse un vero e proprio clan di amici, sicuramente non del tutto disinteressati, che ricattarono e minacciarono il Vaticano più volte. Per esempio si rivela come nel 1931 il Vaticano finse di cedere ai ricatti del clan di padre Pio: si fece consegnare tramite la nunziatura di Monaco di Baviera 998 copie di un libro scandalistico per poi rimangiarsi le promesse.

Tutto questo vorticoso giro di soldi al convento di San Giovanni Rotondo vi provocava tensioni, risse e insulti tra frati e fedeli che si contendevano i favori di padre Pio.

In conclusione il testo evidenzia la solita colossale montatura orchestrata dalla chiesa ed in questo caso particolare dai francescani i quali, approfittando dell’indubbio carisma di padre Pio, ma glissando sui suoi fenomeni psicosomatici, invece di spedirlo in una casa di cura l’hanno strumenta1izzato al fine di abusare della credulità popolare.

Piero Marazzani, 1999

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Vincent Minutoli (a cura di Enea Balmas)

Storia del ritorno dei valdesi nella loro patria dopo un esili di tre anni e mezzo (1698)

Claudiana Editore, 1998, pagine 571, lire 52000

È sempre con un misto di orrore e di ammirazione che mi accosto alla storia del va1dismo. orrore per i mostruosi crimini subiti ad opera dei papisti (come appunto sono chiamati più volte nel testo i cattolici) e ammirazione per come i valdesi sono riusciti a sopravvivere dal 12OO al 1848 a ben 648 anni di persecuzioni e discriminazioni di ogni genere: massacri, torture, roghi, prigioni, vandalismi, sequestro dei loro bambini, pestaggi eccetera. Questa serie infinita di efferatezze li hanno trasformati da seguaci di un interpretazione non violenta del cristianesimo in una piccola Prussia delle Alpi dove tutti gli uomini validi erano esperti di armi e non si tiravano indietro affatto se c’era da sgozzare o fucilare qualche nemico anche disarmato o ferito. Del resto che potevano fare?: O difendersi con le stesse armi dei papisti o morire tutti oppure finire in esilio nei paesi protestanti!

Nel 1696 piemontesi e francesi, occasionalmente alleati, li stanano uno per uno dai loro rifugi alpini: quelli che non sono uccisi subito, vengono deportati, si pensa di venderli come schiavi, una parte finisce a remare sulle galere francesi. Poche migliaia di irriducibili alla fine di molti patimenti, dietro pressione delle potenze protestanti, sono lasciati emigrare a Ginevra, Berna, nei Grigioni, nel Baden e perfino nel lontano e freddo Brandeburgo. La loro fortuna è di trovare dei capi seri e decisi. Quindi grazie anche a congrui finanziamenti possono tornare nelle loro valli nell’Estate del 1698 a prezzo di molto sangue. Il tempo piovoso e nebbioso delle Alpi consente loro di sgusciare via allorché sono circondati nella loro roccaforte della Balsig1ia ed infine un cambio di alleanze del duca di Savoia rappresenta la salvezza definitiva.

Evidenti sono i parallelismi tra l’avventuroso viaggio dei valdesi da Ginevra a Torre Pellice e altri lunghi viaggi di carattere bellico :

-la “Lunga Marcia” di Mao consigliato anche lui da due militari tedeschi;

-la spedizione dei “Mille” effettuata anch’essa con il decisivo appoggio degli inglesi, pure i valdesi del 1698 erano un migliaio;

-la marcia di Fra’ Dolcino dal Trentino al biellese, anche lui fu alla fine circondato e per sua sfortuna non riuscì più a fuggire.

Del tutto grotteschi sono i ringraziamenti a Dio che compaiono nel testo ad opera dei vari pastori valdesi. Ma se hanno dovuto subire ben 30 guerre contro di loro per so1i motivi di fede, se Dio li proteggeva veramente non poteva risparmiarle loro tutte e trenta? In realtà le religioni dividono il genere umano e sono fonte inesauribile di odi e rancori secolari.

In conclusione questo è un ottimo testo che ci illustra gli sforzi di una specie di” Internazionale” protestante per favorire il ritorno dei valdesi alle loro terre. Ben evidenziata in più punti è la doppiezza e la spietata crudeltà ricattatoria e omicida del clero cattolico.

Piero Marazzani, 1999

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Davide Canfora

La libertà al tempo dell’Inquisizione

(antologia di documenti dal 1252 al 1948)

Teti Editore, Milano, 1999, pagine 167, lire 20000

Con vivo piacere presento questo nuovo testo dell’editore milanese Nicola Teti che affronta in un’ottica antirevisionista la questione dell’Inquisizione. Infatti alcuni personaggi in malafede o male informati hanno cercato, con libri e articoli sulla stampa, di “riabilitare” questa barbara istituzione.

Il regime teocratico che esprimeva l’Inquisizione era disumano, omicida, fatto apposta per terrorizzare il popolo e indurlo a quel tipo di religiosità degenerata, ipocrita e superstiziosa tipica del cattolicesimo romano: gabellare fenomeni psicosomatici e di autosuggestione singola o collettiva per miracoli, indurre alla fanatica adorazione di pezzi di legno o di ceramica, sentire la messa e assistere in ginocchio alle processioni.

Il testo ci informa su misfatti poco noti dell’Inquisizione:

  • falsificazione dei verbali degli interrogatori per incastrare meglio gli inquisiti
  • l’abiura estorta perfino ai fanciulli figli di eretici
  • il trucco di interrogare privatamente gli eretici più agguerriti e preparati e in pubblico quelli più semplici e terrorizzati dal rogo e dagli strumenti di tortura
  • l’oltraggio alla dignità dell’inquisito è giustamente messo in rilievo dall’autore con riferimento alle autocritiche pubbliche in ginocchio e agli abitelli con raffigurazioni diaboliche
  • le terribili condizioni di vita in certe carceri dell’Inquisizione non hanno nulla da invidiare ai lager nazisti, erano dei veri e propri campi di sterminio.

Non mancano ovviamente i riferimenti alle atroci torture cui erano sottoposti gli eretici: con ammirevole senso di pietà cristiana e ispirati ai più alti valori dell’umanesimo cattolico gli inquisitori a loro arbitrio la tortura della corda, provocando lussazioni, distorsioni e fratture, quella del fuoco, cagionando terribili ustioni, o dell’acqua fatta ingoiare, soffocando la vittima fino a lacerare i visceri interni. Non é un caso che il papato mise subito all’Indice il libro di Cesare Beccaria contro la tortura: l’autore stesso si trincerò dietro un rigoroso anonimato per paura di finire arrestato e torturato dall’Inquisizione. Alla fine dei processi inquisitoriali se l’eretico si pentiva c’era il carcere perpetuo a discrezione del giudice o una libertà provvisoria sotto il continuo controllo delle spie dell’Inquisizione. Se invece l’eretico persisteva nelle sue opinioni lo attendeva il rogo ed é difficile un modo più sadico di mandare a morte qualcuno. Tale metodo liberava poi per sempre dal rischio che la tomba dell’eretico divenisse un punto di riferimento o meta di richiamo: le ceneri dei condannati erano sempre disperse al vento e a Roma venivano gettate nel Tevere.

Infine non dimentichiamo che l’Inquisizione esiste ancora oggi all’interno della chiesa cattolica: la sua massima pena si limita alla scomunica, per i religiosi all’espulsione dal loro stato clericale, per gli insegnanti delle università cattoliche al loro licenziamento. Fino al 1984 la condanna comportava il licenziamento per i dipendenti dello Stato.

Piero Marazzani, 2000

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Discepoli di verità

Bugie di sangue in Vaticano

(Il triplice delitto della Guardia Svizzera)

Kaos Edizioni, Milano, 1999, pagine 209, lire 28000

Siamo in presenza di un crimine clerical-militarista che presenta tutte le caratteristiche di una strage di Stato, anzi di stati poiché anche il governo e lo stato maggiore elvetico potrebbero essere coinvolti.

Dal testo emergono numerose contraddizioni, omissioni, superficialità, silenzi di chi ha condotto l’inchiesta su questa strage che ha un precedente similare nel 1959, sotto il papato di Giovanni XXIII, quando un caporale, vallesano come Cedric, spara al suo comandante, lucernese come Esterman, ferendolo gravemente con ben 4 colpi di pistola per poi tentare il suicidio. Il disperato tentativo però fallisce perché la pistola si inceppa: lo sparatore è quindi immobilizzato e internato in un manicomio criminale svizzero.

Questo precedente evidenzia una delle principali contraddizioni della tesi del raptus di Cedric: perché mai Cedric sarebbe andato a sparare a Esterman a casa sua coinvolgendo l’innocente moglie e non, come è logico ed è appunto già avvenuto, aspenttandolo nel suo ufficio?

Le altre evidenti contraddizioni sono le seguenti:

  • un folle in preda ad un raptus non scrive lettere ai familiari poco prima di compiere gesti irreparabili. E poi come mai in questa lettera non cita i suoi due fratelli?
  • se il Vaticano non ha niente da nascondere perché la polizia italiana è stata cacciata?
  • vi pare plausibile che il neo-comandante Esterman riceva nel salotto di casa sua un caporale di truppa?
  • se il Vaticano non ha niente da nascondere perché intima alla madre di Cedric di tacere e non accetta di svelare ai suoi avvocati tutti i documenti dell’inchiesta e i nomi dei testimoni?

Il vero movente della strage non sta nel fantasioso raptus di Cedric ma in una durissima lotta tra fazioni clericali interne al Vaticano con coinvolgimento, almeno indiretto, della chiesa svizzera e del governo  di questo Paese in merito all’elezione del nuovo comandante! Infatti la Guardia Svizzera era rimasta senza comandante per più di un anno, fatto mai accaduto prima nella lunga storia del corpo, proprio perché non vi era accordo sul nominativo.

Il testo ci illustra tutti i motivi che ostacolavano la nomina di Esterman, prima di tutto la sua appartenenza all’Opus Dei, la quale già detiene troppo potere in Vaticano suscitando rancori e gelosie.

Vi sono poi alcuni preoccupanti “scheletri nell’armadio” come le misteriose scomparse di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi sparite nell’83 e mai più ritrovate: Emanuela era figlia di un usciere del Vaticano e Mirella era la sua amica del cuore cui confidava tutti i suoi segreti. Tali sparizioni provano l’esistenza di un clima di insicurezza e di omertà in Vaticano, in cui non mancano personaggi capaci delle azioni più efferate.

Il rosario regalato da Giovanni Paolo II alla madre di Cedric mi ricorda l’analogo rosario che Pio XI diede alla vedova di Matteotti, che inutilmente si fece ricevere in Vaticano per riavere la salma del marito. Allora come oggi il Vaticano preferisce sempre la ragion di Stato allo spirito di giustizia verso i defunti.

Piero Marazzani, aprile 2000

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Benito La Mantia

La lingua e il boia

(Il processo inquisitoriale a Niccolò Franco)

Edizioni Sicilia Punto Elle, 1999, pagine 160, lire 15000

Il libro tratta della vicenda giudiziaria di uno dei dieci scrittori di gazzette e brevi scritti, veri e propri antenati del giornalismo contemporaneo, condannati a morte nello Stato della Chiesa dal 1570 al 1737.

Sotto il brutale e sanguinario governo papale si rischiava la vita per poche righe messe sulla carta, mentre autori dei più gravi delitti se la potevano cavare grazie ai mille privilegi e immunità che favorivano il fiorire del crimine nello Stato Pontificio.

Il Franco è una specie di nuovo Savonarola che finisce condannato a morte non per proposizioni eretiche, è stato infatti in vita e fino al palco dell’esecuzione un normale cattolico, ma per la critica ad un particolare papa: per il Savonarola fu l’erotomane e nepotista Alessandro VI Borgia, per Franco fu il forcaiolo ma integerrimo Paolo IV Carafa. Quest’ultimo fu responsabile di gravissimi crimini contro l’umanità: roghi, impiccagioni, decapitazioni, torture, massacri, deportazioni. Suoi parenti e favoriti perpetrarono impuniti omicidi e ruberie colossali. Il Franco ebbe il coraggio di scrivere un libello contro di lui, ovviamente anonimo, in cui raccontava tali nefandezze ma l’Inquisizione, sulla base di alcune spiate, poté comunque identificarlo.

Subito arrestato, fu sottoposto a ben cinque sedute di tortura ed infine condannato a morte per impiccagione senza rogo in quanto, come si diceva, non fu ritenuto colpevole di eresia bensì, in sostanza, del crimine di lesa maestà: il papa era assimilato ai monarchi ed allora per chi offendeva un sovrano la pena era immancabilmente la morte.

Il testo ci consente di seguire il processo passo per passo poiché, raro caso, il verbale è giunto fino a noi e pubblicato nel 1955 da monsignor Mercati: la sua salvezza è dovuta al fatto che fu conservato nell’archivio segreto del Vaticano e non in quello dell’Inquisizione romana, appunto perché trattavasi di crimine di Stato e non di eresia.

Il Franco non è l’unica vittima dell’Inquisizione processata insieme a lui: furono arrestate e torturate altre persone. Nel caso di Tommaso Campanella l’impressionante verbale riportato nel testo registra le frasi di disperazione e i lamenti dei detenuti torturati.

Il fanatismo cattolico di quell’epoca era giunto al punto di arrestare perfino alcuni cardinali, come il cardinal Morone, che passarono vari anni nelle carceri dell’Inquisizione. Nel testo c’è anche la terribile descrizione del massacro dei valdesi della Calabria avvenuto nel 1561.

L’atteggiamento anticlericale di Niccolò Franco è ben illustrato nel testo:

  • si scaglia contro l’Iindice dei libri proibiti, che per lui era degno di riso e vituperio
  • ingiuria papa Carafa affibiandogli un’infinità di epiteti tra cui i più pittoreschi sono “sodomita imbriaco”, “paulo ladro”, “malnato lupo”, “papa diavolo”, “santoccio collotorto”, “sbattegiato stronzo del pontefice cristiano” ecc.

In conclusione questo è un ottimo testo divulgativo che si presta a far comprendere anche al lettore non specialista i mostruosi crimini del papato del ‘500: un’epoca di barbarie particolarmente efferata all’interno di una storia generale del cristianesimo in cui le atrocità non sono mai mancate.

Piero Marazzani, maggio 2000

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Alan Woods e Ted Grant

La rivolta della ragione

(Filosofia marxista e scienza moderna)

A.C. Editoriale, Milano, 1997, pagine 477, lire 30000

E’ un vasto libro di cultura scientifica, filosofica e politica che si ispira ai valori del marxismo. Conta una bibliografia di 130 titoli di cui nessuno di autore italiano, ad ennesima dimostrazione del quasi totale disprezzo in cui è tenuta la nostra cultura scientifica e politica nel mondo britannico: assente anche Gramsci.

Nell’indice dei nomi ci sono solo otto italiani su 217: cinque del Rinascimento (Giordano Bruno, Cusano, Galileo, Michelangelo, Leonardo), tutti visti come artefici o precursori della scienza moderna; uno del Medioevo, per criticare il ruolo oscurantista di Tommaso d’Aquino; due moderni, Cavalli Sforza insigne genetista antirazzista e Lombroso, per criticarne le assurde analisi di antropologia criminale.

Il testo contiene moltissimi riferimenti di critica antireligiosa e anticlericale poiché gli ecclesiastici sono stati per secoli una specie di “polizia spirituale” al servizio delle classi dominanti contro la libera ricerca scientifica e filosofica. La chiesa cattolica ha oppresso e distorto la scienza e la medicina per secoli: esclusione delle donne e degli ebrei, divieto o limitazione dell’anatomia sui cadaveri, ostacolo alla libera circolazione di scritti scientifici provenienti da Paesi protestanti, condizionamento della vita universitaria, processo per inesistenti eresie contro docenti universitari del calibro di Galileo a Pisa, Cardano a Pavia ecc.

Specialmente nel Medioevo il peso soffocante della superstizione chiesastica ridusse la scienza al lumicino: i cattolici fecero peggio degli islamici e degli ortodossi, che almeno conservarono meglio gli scritti filosofici e scientifici dell’antichità.

Per affermarsi la scienza ha dovuto condurre una lunga guerra contro la chiesa, subendo molte vittime tra gli studiosi dei più diversi campi, e deve tuttora difendersi dalle bestialità clerico-oscurantiste a proposito di contraccezione, fecondazione, clonazione ecc.

In ogni nazione sono sorte caste di sacerdoti che, approfittando della credulità popolare e di paure ancestrali, hanno instillato nelle plebi ignoranti ogni sorta di superstizioni e fanatismi: per colpa loro lo sviluppo scientifico è stato bloccato per millenni per poi svilupparsi finalmente nei Paesi protestanti proprio perché la Riforma, distruggendo quasi tutto il potere clericale, ha lasciato finalmente l’uomo libero nella sua ricerca.

L’altro grande merito dei principi di libertà diffusi dalla Riforma è stato l’emancipazione del popolo ebraico la cui componente laica ha così potuto finalmente sviluppare le sue elevatissime qualità intellettuali: Marx, nipote di un rabbino e figlio di un luterano, ha cinquanta citazioni nel testo, Einstein ha quaranta citazioni, Trotzki (il cui vero nome ebraico era Bronstein) ha venti citazioni.

La chiesa no ostacola solo la libera ricerca ma instilla una morale del tutto erronea e ipocrita gabbando per valori eterni assiomi che sono il frutto delle concezioni culturali di certe epoche e di alcuni popoli.

Piero Marazzani, novembre 2000

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Elena Urgnani

La vicenda letteraria e politica di Eleonora de Fonseca Pimentel

La Città del Sole Editore, Napoli, 1998, pagine 380, lire 44000

È un ottimo testo di approfondimento storico e letterario sulla figura di questa patriota, appartenente a quel filone risorgimentale del cristianesimo democratico e di sinistra che diede, in seguito, altri martiri come il prete Ugo Bassi, fucilato dagli austro-pontifici, i frati che parteciparono alla spedizione dei mille, i cento preti fucilati dai nazi-fascisti durante la Resistenza. Ma già tra i suoi contemporanei il testo ne cita due: il prete repubblicano Michelangelo Cicconi, impiccato dai borbonici per aver scritto un libro che anche la Fonseca Pimentel avrebbe sicuramente sottoscritto, “La Repubblica spiegata con il Santo Evangelo”, e il sacerdote Antonio Jerocades, repubblicano antipapale, che finì in carcere e poi in esilio. La stessa Fonseca Pimentel fu impiccata insieme ad un vescovo e ad un prete che avevano sostenuto la Repubblica Partenopea del 1799.

La Fonseca Pimentel era la tipica intellettuale illuminista del ‘700 aperta al progresso, alla scienza, alla critica: proveniva, oltretutto, da una famiglia portoghese che aveva sostenuto in passato l’antigesuitismo del proprio Stato fino ad essere espulsa da Roma per finire a Napoli. In questa città non mancavano gli spiriti inclini alla critica antipapale, anticlericale e perfino antireligiosa, tanto è vero che solo qui si tenne l’unico “processo agli atei” della storia dell’Inquisizione italiana.

Il Regno di Napoli era stato per secoli considerato un feudo della Santa Sede ed i suoi regnanti erano obbligati a mandare ogni anno una cavalla che doveva inchinarsi davanti al papa, da cui il nome di chinea, oltre ad un lauto censo in oro. La Fonseca Pimentel traduce in italiano un testo antipapale in latino dal titolo “Niun diritto compete al Sommo Pontefice sul Regno di Napoli” e scrive personalmente un sonetto in napoletano.

Nel testo emergono vari misfatti clericali:

  • l’evirazione dei maschietti per farne cantanti soprano era diffusa nel napoletano, questi disgraziati finivano non solo nei teatri ma anche nelle cappelle, dove era severamente vietato il canto femminile
  • la servitù della gleba era ancora presente nelle campagne, gli obblighi feudali di origine medievale erano ancora del tutto legali
  • la legge salica vietava tassativamente alle figlie femmine del re di succedere al trono anche se primogenite o senza fratelli
  • l’evidente complicità del cardinal Ruffo nelle stragi contro i giacobini napoletani, che dovettero subire atrocità innominabili al grido di “viva Maria”
  • la spietata censura sulla stampa che era in vigore nel Regno di Napoli, ovviamente tutti i censori erano preti. L’unico Stato che concedeva una certa libertà di stampa era Venezia, avendo l’accortezza di pubblicare testi sgraditi alla Chiesa con una falsa indicazione del luogo di edizione.
  • Purtroppo quasi tutti gli scritti di Eleonora Fonseca Pimentel sono stati bruciati dai borbonici subito dopo la sua morte: è l’ennesimo crimine clerico-aristocratico contro la libertà di pensiero.

Piero Marazzani, dicembre 2000

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Autori Vari (a cura di Tatti Sanguinetti)

Italia taglia

Editori Associati, Ancona-Milano, 1999, pagine 295, lire 30000

È un testo ampio e ben documentato sulle censure liberticide imposte dal regime clerico-democristiano contro il cinema italiano del dopoguerra. Le sinistre cadono nel tranello della Democrazia Cristiana sia lasciando in vigore gran parte della vecchia legislazione fascista sia approvando una legge liberticida il 16 maggio 1947. ben presto le commissioni di censura si riempiono di fascisti e democristiani di comune origine bigotto-cattolica che danno l’assalto alle pellicole giudicate inopportune in base ai loro retrivi criteri.

Quel poco che sfuggiva alla censura governativa incappava in una censura parallela di associazioni e giornali oscurantisti cattolici, espressione di un clericalismo aggressivo e intollerante, che denunciavano a magistrati compiacenti i film sgraditi. Registi, produttori, distributori finivano così sul banco degli imputati come volgari delinquenti con accuse di vilipendio della religione,oscenità eccetera:l’arte veniva così criminalizzata. In certi casi la chiesa scendeva in campo in prima persona come nel caso del film di Paso1ini “1 racconti di Canterbury” querelato dai francescani. A seguito della proteste della stampa cattolica il film “Adamo ed Eva”, già approvato dalla censura, è richiamato a Roma ed espurgato secondo i voleri di santa madre chiesa.

Per censurare il film di Fellini “Le notti di Cabiria” si tirò in ballo il concordato poiché il film si svolgeva a Roma offendendone il carattere sacro. Fellini fu così costretto ad un formidabile lavoro di auto-censura preventiva ed a tagliare alcune scene. Per salvare il suo film va perfino dal reazionario cardinal Siri per fargli una proiezione privata.

La magistratura, imbeccata dal clero, si trasformava in una specie di Inquisizione: giustamente Pasolini, l’autore più censurato del dopoguerra, in un suo articolo riprodotto nel libro definì tale complesso di reazionari che egemonizzavano allora l’Italia “atroce entità clerico-fascista”.

Anche l’ex presidente della Repubblica Scalfaro è citato nel testo giacché fu uno dei più reazionari censori quando era sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio : viene definito ‘un moralista da parrocchia’.

Tutti i film inerenti ai martiri deL libero pensiero furono attaccati dalla censura: Giordano Bruno, Jan Hus eccetera. Nel testo è presente un accurato dossier sulle specifiche avventure censorie di 21 film tra cui alcuni anticlericali come “Pap’Occhio” sequestrato per vilipendio della religione e “Trastevere” che, avendo satireggiato su un pellegrinaggio, collezionò una serie incredibile di censure.

I misfatti della censura clerico-democristiana sono forse finiti poiché nel 1998 il governo ha approvato una riforma dell’istituto della censura che, oltre ad abolire la censura teatrale, stabilisce che le commissioni di stato possano solo vietare un film ai minori ma non possano più bocciarlo negandogli il nulla osta.

Piero Marazzani, 2001

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Sergio Vatteroni

Falsa Clercia

(La poesia anticlericale dei trovatori)

Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1999, pagine 186, lire 30000

È un importante testo che ci riporta alle radici storiche dell’anticlericalismo: contiene forse i più antichi scritti anticlericali dell’occidente europeo. Da segnalare la bibliografia molto ampia con circa 250 titoli.

Gli argomenti trattati sono un autentico catalogo dei crimini del clero medievale: avidità, lussuria, falsità, omicidi e massacri, ipocrisia, simulazione di santità, roghi di libri ecc.. Nessuno è risparmiato: preti, frati, vescovi, cardinali e papi, tutti ricevono la loro parte di invettive satiriche. Anche i misfatti dell’Inquisizione sono denunciati, con particolar riguardo alla sistematica ricerca e distruzione di ogni scritto ereticale: basti pensare che ci è giunta solo una breve preghiera dei catari che però basta per evidenziare alcuni legami con la poesia anticlericale dei trovatori provenzali.

Gli autori delle poesie anticlericali trattate in questo testo sono attivi subito dopo le tragiche crociate contro i catari, che portarono a spaventosi massacri. L’anticlericalismo di matrice ereticale si mischiava con quello municipalistico, volto ad affrancare città e contadi dalle rapaci signorie ecclesiastiche di ricchi vescovi ed opulente abbazie.

I trucchi usati da certi missionari nel secolo XX per attirare offerte erano impiegati anche allora: si fingeva di darsi da fare per i poveri ma poi si impiegavano le elemosine per il lusso del clero o per arricchire i templi.

Roma era il centro del male, la fonte del clericalismo più avido e ipocrita per cui abbondarono i componimenti contro questa città, sede del papato, descritta come la radice di tutti i mali del mondo.

Un misfatto tipico del Medioevo era il doppio gioco con gli usurai i quali venivano aspramente condannati dal clero in vita, salvo poi essere perdonati in punto di morte dopo aver ovviamente lasciato al clero tutti i loro averi. L’incoerenza totale tra il messaggio evangelico e il reale comportamento del clero è il comune punto di partenza di quasi tutti i componimenti, che quindi hanno sempre un certo carattere moralistico.

L’anticlericalismo di questi scritti non è contro la religione ma soprattutto rancore verso chi tradisce tutti i giorni il messaggio evangelico: i papi in primo luogo. Da rilevare come l’autore impiega il termine “anticlericale” almeno cento volte nel testo e qualche volta anche il termine più raro di “antisacerdotalismo”.

Purtroppo la cultura anticlericale occitanica fu del tutto distrutta dall’Inquisizione: gli unici sopravvissuti furono i valdesi che cercarono rifugio sulle Alpi tra Italia e Francia, in Calabria o disperdendosi per l’Europa. Ma i semi del libero pensiero non morirono del tutto nel sud della Francia. Specialmente la zona di Nimes fu uno dei centri della Riforma protestante e poi del giacobinismo: non a caso l’inno ufficiale della Rivoluzione Francese viene dal sud della Francia, la famosa “Marsigliese”.

Piero Marazzani, febbraio 2001

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Salvatore Bono

Schiavi musulmani nell’Italia moderna

(Galeotti, vù cumprà, domestici)

Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1999, pagine 595, lire 70000

È un testo di fondamentale importanza per l’approfondimento della tematica della schiavitù in Italia dal secolo XVI al XIX. Come giustamente scrive l’autore questa è una storia taciuta poiché, in nome dell’onore nazionale e per non dispiacere alla Chiesa Cattolica, praticamente nessun libro di storia in uso nelle nostre scuole ne parla.

Il testo è corredato da una ricchissima bibliografia con ben 442 libri e articoli citati e oltre 100 fonti manoscritte e stampa d’epoca. L’indice dei nomi consta di 26 pagine e sono riportati perfino i nomi dei singoli schiavi, non li ho contati ma sono qualche centinaio. Ho invece conteggiato le citazioni relative alle città, indice sicuro della quantità di schiavi ivi presenti: Napoli 128, Livorno 98, Civitavecchia 84, Genova 83, Roma 64, Palermo 61, Venezia 48 ecc.

Gli schiavi deportati in Italia nell’età moderna possono essere stimati in circa 50000 er erano in gran maggioranza saraceni pur non mancando ebrei, cristiani ortodossi, negri animisti. Tra i centri schiavistici principali c’era la città pontificia di Civitavecchia, base della flotta papale. Altro che amore per il prossimo! Altro che umanesimo cristiano! Migliaia di esseri umani furono costretti a remare, volenti o nolenti, a suon di bastonate sulle galere del Santo Padre.

Non tutti gli schiavi finivano a fare i galeotti, alcuni erano al servizio di cardinali, vescovi, abati, suore e nobili vari, per esempio la regina Cristina di Svezia, che abitava a Roma, possedeva un gruppetto di schiavi. Inoltre è documentato come schiavi incatenati transitavano nel territorio papale per essere commerciati senza che il governo pontificio trovasse alcunché da dire.

A Roma esisteva una scuola dei catecumeni per istruire gli schiavi convertiti senza che ciò automaticamente significasse la loro liberazione. In certi casi gli schiavi fuggivano dal loro padrone per recarvisi venendo però rispediti indietro. Risulta chiaramente da documenti inoppugnabili che il clero diocesano possedeva non solo schiavi ma perfino schiave, e che quelle disgraziate servivano da concubine per saziare le voglie carnali dei preti.

Alcuni cappellani acquistavano schiavi per conto delle famiglie aristocratiche presso cui risiedevano: un missionario commerciò schiavi dalmati per rivenderli in Italia, una ricca monaca comprò una schiava per il proprio servizio nel 1521. Il cardinale Ippolito de’ Medici disponeva nel 1530 di un vero serraglio di schiavi per pura cupidigia e trastullo: numìdi, tartari, etiopi, indiani, turchi ecc. e tutti insieme parlavano più di venti lingue. L’ordine religioso-militare dei Cavalieri di Malta costituì nell’isola una tale concentrazione di schiavi musulmani da dare a questo Paese la più elevata percentuale di schiavi di questa religione rispetto alla popolazione totale dell’Europa.

Non si commerciavano solo schiavi adulti ma intere famiglie oppure madri con figli, e la schiava incinta valeva di più. Esistevano perfino tasse sulla compravendita degli schiavi. Gli schiavi erano equiparati agli animali domestici per cui potevano essere venduti, scambiati, ereditati, affittati, inventariati tra i beni di famiglia, pignorati dai creditori, dati come dote matrimoniale.

L’ultimo caso documentato di schiavismo in Italia risale al 1858, quando a Caserta lavoravano ancora alcuni musulmani adibiti alla costruzione della reggia borbonica.

Piero Marazzani, giugno 2001

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Elena Urgnani

Noventa

Palumbo Editore, Palermo, 1998, pagine 222, lire 39500

Questa figura di letterato può essere inserita nel filone del cattolicesimo anticonformista, anticlericale ed “ereticale” del Novecento.

L’insofferenza contro il tetro clima della contro-riforma cattolica è presente fin dagli scritti giovanili di Noventa (1898-1960) quando scelse di firmare con lo pseudonimo di Emilio Sarpi, richiamandosi al famoso frate veneziano Paolo Sarpi che coraggiosamente difese la Repubblica Veneta scomunicata dal papato.

La Riforma Protestante è stata ai suoi occhi una “rivolta del pudore” contro le degenerazioni morali della chiesa in nome di una religiosità più profonda, estranea all’ipocrisia del clericalismo: non a caso coltivò importanti amicizie fra i protestanti italiani come, ad esempio, lo storico Giorgio Spini.

Anche il prendere a modello per la sua poetica la figura di Dante, le cui opere furono poste nell’Indice dei libri vietati per secoli, è un chiaro segno della sua volontà di vivere una fede libra da censure clericali. Il critico Geno Pampaloni lo definì “cattolico e anticlericale, o perciò anticlericale, essendo per lui ogni forma di clericalismo incompatibile con il cattolicesimo”.

Ebbe importanti amicizie anche in ambienti laicisti: da Gramsci a Gobetti, da Garosci a Carlo Levi. Tali frequentazioni gli costarono in epoca fascista arresti, confino, pedinamenti, esilio, divieto di risiedere in città sede di Università, schedatura da parte dell’O.V.R.A. e censure dei suoi scritti.

Ma Noventa era uno “spirito libertario” e non cedette mai al fascismo: il regime esaltava l’italianità e lui scriveva in dialetto, il regime perseguitava crudelmente gli antifascisti e lui intitolava la sua rivista “La Riforma Letteraria” con la stessa sigla di quella di Gobetti “La Rivoluzione Liberale”, fatto che di certo non sfuggì all’O.V.R.A. che ne decretò la soppressione. Mussolini in persona ne vidimava la schedatura.

Nel dopoguerra si iscrisse al Partito Socialista, partito laicista e anti-concordatario, pur riconfermando la sua fede cattolica.

La fraterna frequentazione di ebrei, atei e protestanti, molto criticata dagli scrittori cattolici più ortodossi come, per esempio, Bargellini, lo rende un antesignano dell’Europa multiculturale e multireligiosa che solo ora si appresta a diventare una concreta realtà.

Piero Marazzani, novembre 2001

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Alfio Cavoli

Sommi peccatori

(Storie di papi corrotti, nepotisti e pornocrati)

Stampa Alternativa edizioni, Viterbo, 1999, pagine 89, lire 13000

È un interessante testo tascabile di propaganda anticlericale diviso in quindici capitoletti che spaziano dal profondo Medioevo dei papi degenerati e pornografi ai reazionari pontefici risorgimentali. Si forniscono al lettore una serie di quadretti biografici sui più pittoreschi e compromettenti aspetti della storia del pontificato romano.

Si cita il massacro di Cesena perpetrato nel 1377 contro un libero comune che cercava di staccarsi dal malgoverno papale: una delle tanti atrocità che pervadono la sanguinosa storia del dispotismo clericale e che provano al di là di ogni dubbio la natura omicida della chiesa cattolica romana. Su questa serie immensa di misfatti di ogni genere la Chiesa ha sempre cercato di stendere un velo pietoso. È quindi da sottolineare il merito di questo autore che cerca, con il presente libretto, di portare la verità storica anche a chi è timoroso di impegnarsi in più ampie e approfondite letture.

La terribile e tragica figura del frate Tommaso de Torquemada è ben delineata in un capitoletto apposito che ne enumera le vittime, circa 16000, bruciate vive dopo atroci torture tanto che molte dovettero essere portate in barella all’estremo supplizio.

Il nepotismo, eterno vizio dei papi, che quasi sempre approfittarono del loro potere assoluto per arricchire di titoli e beni mobili e immobili il loro parentado, è ben trattato in più apitoli. Anche questa è una prova evidente della malafede pontificia: se erano veramente dei santi, come si dovrebbe dedurre dal loro altisonante titolo di “santo padre”, come si spiega questo loro attaccamento alle ricchezze terrene? A questo proposito è significativo il titolo del terzultimo capitolo: “Sono molto vecchio: arricchitevi in fretta!”

La verità dei cardinali è fustigata nel testo ove si denuncia il loro carattere vanaglorioso che li portò a pretendere l’altisonante titolo di “eminentissimo”, non bastando loro quello precedente, più modesto, di “illustrissimo”, alla faccia del poverello di Assisi che si era spogliato di tutto per abbracciare povertà e umiltà.

Ma appena un papa muore cessa subito il suo enorme potere e può addirittura capitare che nessuno voglia farsi carico delle spese del suo funerale, come capitò al disgraziato cadavere di Innocenzo X che finì per un certo periodo in una “cassaccia”.

La lussuria, spesso sfrenata, della curia papale romana è ben segnalata nel testo: Sisto IV aveva ben sette figli illegittimi, Paolo III quattro figli, Giovanni XII era un bisessuale sfrenato, una pasquinata accusò il papa rinascimentale Innocenzo VIII addirittura di aver generato otto “bastardi” ecc.

Il testo è corredato da altre sferzanti pasquinate contro Alessandro VI, Clemente VII e Leone XIII.

L’ultimo capitolo è dedicato ai tremendi misfatti di papa Della Genga, alias Leone XII, nemico giurato del progresso scientifico, dell’avanzamento sociale e culturale del popolo, nostalgico fautore dell’analfabetismo di massa ma soprattutto noto per la repressione dei moti risorgimentali. In Romagna mandò lo spietato cardinal Rivarola che stroncò le rivolte dei carbonari. L’unico progresso consentito fu quello delle modalità di esecuzione delle pene capitali: invece dei vecchi sistemi medievali in uso nello Stato della Chiesa fino alla fine del ‘700 come scannamento, squartamento, decapitazione con ascia o impiccagione, il pio pontefice introdusse la gigliottina in piazza del Popolo a Roma.

Tra le tante vittime, spesso innocenti, ricordiamo gli eroici patrioti Angelo Tarchini di Brescia, di anni ventisei, e Leonilda Montanari di Cesena, di anni venticinque, gigliottinati su ordine del sanguinario regime clericale romano.

Piero Marazzani, dicembre 2001

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Marina Benedetti (a cura di)

Milano 1300: i processi inquisitoriali contro le devote e i devoti di SantaGuglielma

Libri Scheiwiller Editore, Milano, 1999, pagine 319, lire 45000

Finalmente sono pubblicati integralmente gli atti del processo celebrato dall’Inquisizione di Milano contro i seguaci dell’eresia femminista di Guglielma e Maifreda. Manca purtroppo nel testo una cronologia di questo movimento ereticale che sarebbe stata utile al lettore non specialista per districarsi meglio in questa complessa vicenda che coinvolge 60 persone tra inquisiti e testimoni in cui prevalgono numericamente le donne. Gli eretici provenivano tutti da Milano e dintorni con qualche aderente che risiedeva nel varesotto e nel comasco. Questa storia inizia verso il 1284 quando l’Inquisizione apre un indagine su un gruppo di fedeli che propagandavano il culto di santa Guglielma, ancora lei vivente e nonostante la sua ritrosia. Una volta defunta la presunta santa i due esponenti di rilievo del gruppo, Andrea Saramita e Maifreda da Pirovano, con la connivenza dei monaci di Chiaravalle, località in cui era sepolta, ne organizzarono il culto. Questi furbi monaci lodavano Guglielma ma senza lasciarsi andare alle mirabolanti invenzioni dei due eretici: così poterono fruire di offerte e lasciti abusando della credulità popolare senza finire poi nelle carceri dell’Inquisizione.

Tali invenzioni incredibili erano: Guglielma doveva resuscitare, Guglielma era l’incarnazione dello spirito santo, Maifreda avrebbe dovuto essere papa e vicaria dello spirito santo, Guglielma appariva regolarmente a Maifreda, Andrea come Maometto riceveva messaggi dagli angeli e via farneticando. Ma la cosa più interessante di questa eresia è che Maifreda si attribuisce ruoli monopolizzati allora come oggi dal clero maschile: benedice e si fa baciare le mani, dice messa, si veste da prete e dà la comunione, stabilisce la data delle feste e come già detto accampa pretese da papessa.

E’ chiaro che ce n’era più che a sufficienza per finire sul rogo ed infatti Andrea Saramita muore durante il processo: mancano purtroppo gli atti relativi. Un’altra eretica della setta è condannata a morte tramite la solita formula ipocrita del rilascio al braccio secolare. Risulta poi dagli atti di un eretico fatto bruciare dagli inquisitori a Balsamo in circostanze che non ci sono note e il 2 agosto 1300 l’accusata Allegranza dei Perusi dichiara di aver visto in passato la sorella di sua nonna “combusta pro heretica”.

In realtà l’epoca dei roghi di massa nel milanese era già trascorsa da mezzo secolo e questo processo non è altro che un rastrellamento dei pochi eretici rimasti. Oltretutto essi non contestavano mai direttamente la chiesa, la loro eresia consisteva nell’impostare un culto di sapore femminista inaccettabile per la gerarchia cattolica. Erano gente semplice e superstiziosa caduta in un evidente idolatria di tipo macabro. La non pericolosità di costoro è chiara anche agli inquisitori i quali si limitano ad eliminare in un modo o nell’altro solo tre eretici. Gli altri si vedono affibbiare l’obbligo infamante delle croci gialle sui vestiti e salate multe.

Il cadavere di Guglielma finisce arso come simbolo concreto di questa eresia: la religione cattolica è l’unica che processa e condanna anche i morti!

Comunque in quegli anni gli eretici più pericolosi e combattivi erano tutti con fra’ Dolcino sulle Alpi o nelle valli valdesi della provincia di Torino.

Piero Marazzani, marzo 2001

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Rosanna Camerlingo

Teatro e teologia

(Marlowe, Bruno e i puritani)

Liguori Editore, Napoli, 1999, pagine 215, lire 20000

È un ottimo testo di storia dell’ateismo e dell’anticlericalismo moderno in cui indubbiamente il drammaturgo inglese Cristopher Marlowe ( 1564-1593) merita di avere un suo spazio specifico.

Era un autore blasfemo e schernitore della religione in generale e dei sacramenti in particolare. Dai suoi strali non si salva nemmeno Gesù Cristo, né sua madre,la Madonna. Il suo sfrontato ateismo lo porta a subire pesanti censure ai suoi drammi cui forse furono cambiati i finali come nel “Faust”. La studiosa napoletana ripercorre l’intera produzione marlowiana alla luce delle molteplici forme di uno scontro totale tra il cristianesimo e 1a nuova filosofia rinascimentale cui aderivano sia Marlowe che Giordano Bruno. Il filosofo nolano si trattiene presso l’ambasciata francese a Londra dal 1583 al 1585 intrecciando fruttuosi rapporti culturali con gli intellettuali affini e scontrandosi con i difensori della filosofia cristiano-aristotelica. Anche con i protestanti i rapporti non furono buoni: per Bruno la religione riformata appare come il punto più basso e degradato dell’intero ciclo ebraico-cristiano. Comunque i riformati, avendo abolito l’Inquisizione e l’Indice dei libri vietati, aprirono il varco alla libera ricerca scientifica e filosofica, in gran parte impossibile nei paesi catto1ici. Inoltre, avendo abolito ed espropriato le immense ricchezze del clero, crearono le basi economiche per l’accumulazione capitalistica e liberarono migliaia di intellettuali dalla sterile vita monacale.

Nel clima di parziale libertà dell’Inghilterra elisabettiana si creò addirittura una specie di “scuola di ateismo” in cui si derideva la Bibbia, l’imbroglione Mosé e la divinità di Cristo. Il testo si occupa in buona parte di cercare di capire l’ateismo di Marlowe inquadrandolo con gli scritti degli altri intellettuali inglesi della sua cerchia. Lo sfrontato e chiassoso Giordano Bruno pubblica a Londra nel 1584 lo ” Spaccio della bestia trionfante” in cui vi è un esilarante satira della storia de11′ arca di Noé, negando tutta la teoria creazionista del racconto biblico contrapponendogli l’eternità della materia in un universo infinito. Vi si nega anche la trinità e soprattutto l’idea stessa dell’incarnazione: per Bruno era impensabile che l’infinità divinità potesse riversarsi in un solo uomo. Per Bruno non c’è quindi alcuna possibilità di riformare il cristianesimo come aveva sperato per esempio Erasmo da Rotterdam. L’alba di quel ciclo storico nuovo indicato a suo tempo da Giordano Bruno e dagli atei rinascimentali inglesi oggi sta diventando giorno pieno e i dati statistici della massiccia declericalizzazione delle società avanzate lo confermano.

Le verità scientifiche negano qualsiasi interpretazione letterale della Bibbia. I personaggi biblici ed evangelici, Cristo in primo luogo, diventano quindi dei bersagli per le satiriche imitazioni drammaturgiche di Marlowe che attacca con durezza anche i sacramenti come per esempio la confessione. Il suo dramma “Il massacro di Parigi” denuncia i mostruosi crimini contro l’umanità che si commettevano in nome della fede specialmente nel secolo XVI, forse il più sanguinoso della storia del cattolicesimo, che si conclude con il rogo del libero pensatore Giordano Bruno il 17 febbraio 1600.

Il testo è corredato da un’ampia bibliografia con 150 titoli e da un utile indice dei nomi.

Piero Marazzani, marzo 2001

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anonimo Alfa

Preludio alla società dell’utopia

Editing & Printing, Napoli, 1997, circa euro 6,00 (sconti per circoli e associazioni culturali)

Il libro è scaricabile dal sito Internet http://www.utopia.it oppure è ordinabile per posta, con pagamento tramite versamento in conto corrente postale. Il libro è esplicitamente privo di rivendicazioni di copyright.

Un interessante saggio, una singolare esposizione mediatica, una rivoluzionaria rivendicazione di “no Copyright”, una coraggiosa iniziativa in Internet nel segno della vera (e più volte rivendicata con orgoglio) “progettazione dell’Utopia”, una severa, ironica, a volte, e quasi sempre da me condivisa, sprezzante critica a tutto quanto finora pensato, scritto, detto, fatto, non fatto e distrutto sulla rivoluzione: quella realizzata, quella degenerata, quella distrutta, quella auto-estinta e quella mai veramente pensata e, tanto meno, “progettata”.

Quest’ultima è l’Utopia, appunto.

È difficile trovare, men che meno ai giorni nostri, un saggio così ardito e avanzato sull’utopia e sulla concreta possibilità non solo di progettarla ma di realizzarla, che non sconfini nell’auto-indulgenza, ideologica o personalistica, o non naufraghi nella solita insipienza politica o, peggio, che non rimanga solo un vuoto esercizio dell’attuale “politica”, rissosa, rivendicativa di “ismi”, che arrogantemente, addirittura, non finisca per ricadere nel “vecchio”, nel “già detto, nel “già visto”.

L’autore, che si mantiene anonimo fino all’ultimo (o quasi), rivendica a se anche la citazione, spesso inconscia, di quanto scritto e detto da altri, spesso involontariamente senza nome, senza per questo sentirsi reo di un “plagio” che non ha, e non dovrebbe, avere senso proprio in questa società di cui, ipocritamente, si sbandiera la “globalità” solo fino a che non si intacca il potere del dio più forte di tutti: il Denaro.

In poco più di cento pagine, in caratteri grandi e chiari, Alfa affronta tutti, o quasi, gli aspetti della vita, passata, presente e “futura”, della società e li paragona, li analizza, li ribalta in una progettualità chiara, comprensibile, disarmante ma quasi mai ingenua. La sua esposizione, fluida e coinvolgente, trascina il lettore in questo fiume di proposte. E queste proposte sono sostenute da una nuova logica, una nuova convivialità, un nuovo modo di vivere, lavorare, produrre, “consumare”, amare.

E in questo viaggio verso l’utopia non ci si sottrae alla disamina e alla critica, mai faziosa, dei concetti “fondanti” che ci hanno preceduto e accompagnato: cristianesimo e comunismo, innanzitutto, ma anche collettivismo, economia di mercato, liberalismo, democrazia, pluralismo, religione, ateismo, amore, sesso, proprietà, possesso, egoismo e altruismo (entrambi nel senso negativo…).

Man mano che si prosegue nella lettura si è rapiti, si vuole vedere con ansia dove l’autore ci vuole portare, un po’ più in là. E, a volte, si è costretti a non essere d’accordo su alcuni aspetti.

Vengono ripetuti troppo spesso concetti come “spiritualità” e “ricerca spirituale”, che un ateo e materialista non può non estirpare completamente dal proprio vocabolario.

Viene valutata, troppo spesso, abbastanza positivamente la figura del “Dr. Cristo”, come viene definito, che viene descritto alla stregua di un utopista in buona fede ma con alcuni difetti  (e questi vengono, giustamente, descritti dall’autore).

Lo stesso viene fatto col comunismo senza, a mio avviso, porre una distinzione tra i difetti, pur presenti, nella stessa progettualità di Marx ed Engels e dei rivoluzionari successivi, e gli imbarbarimenti criminali dello stalinismo e del maoismo.

La definizione, da parte dell’autore,  dello Stato ripercorre l’errore fatto da Marx, da Stirner e dagli anarchici: viene cioè interpretato erroneamente lo Stato come un “ente” comunque prevaricatore ed oppressivo, ovverosia “di per sé”. Per il marxismo è da “estinguere”, per l’anarchismo è da “abbattere”. A mio modesto avviso lo Stato è soltanto una data forma organizzativa in una determinata società: può essere buona o meno buona, burocratica o no, oppressiva o democratica ma è, comunque, indispensabile.

Si ritiene “ineludibile” il rapporto di coppia e non si prende affatto in considerazione (e questo è ben strano per un “rivoluzionario utopico”) qualsiasi alternativa alla famiglia come modello di convivenza. L’autore, conseguentemente, ritiene che l’educazione dei figli possa essere esercitata solo “nella” famiglia.

Una caduta di tono si ha, poi, quando si afferma, in un modo, questo si, già visto e sentito, la propria avversione all’automobile “privata” che non va, purtroppo, al di là di un generico “ecologismo”. Un problema che già i ragazzi del Maggio francese, nel 1968, avevano brillantemente affrontato e superato senza inutili “estremismi”.

Il libro resta comunque, nel suo complesso, un’opera di raro valore e che, secondo il sottoscritto, meriterebbe ben maggiore diffusione, studio e discussione.

Del resto è lo stesso autore che auspica una “prosecuzione” e un arricchimento di quanto da lui solo “incominciato”, a partire dallo stesso intento di utilizzare gli introiti della vendita del libro per la costituzione della Utopia S.p.A. Perché è vero: l’Utopia va progettata e perseguita seriamente, come un’azienda. Ed è per questo che facciamo i nostri migliori auguri all’unica Società per Azioni che meriti di esistere: l’Utopia!

Arnaldo Demetrio, maggio 2002

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Max Stirner

L’unico e la sua proprietà

Adelphi Edizioni, Milano, prima edizione 1979, pagine 350 circa, lire 35000 circa

Max Stirner è lo pseudonimo di Johann Caspar Schmidt, che nasce a Bayeruth nel 1806 e muore a Berlino nel 1856.

Figlio di un intagliatore di flauti, sulla sua vita si sa ben poco. Finite le scuole trova impiego nel 1839 a Berlino, come insegnante in una scuola privata per fanciulle di famiglie agiate.

Il 1° Ottobre del 1844, a 38 anni, abbandona l’impiego. Nello stesso mese l’editore Wigand di Lipsia, a cui faceva capo il radicalismo politico e filosofico del momento, pubblicava in una tiratura di mille copie “L’Unico e la sua proprietà”, primo libro di Schmidt, che si firmava Stirner come già in vari articoli comparsi su giornali e riviste nei tre anni precedenti. Sul frontespizio del libro si leggeva però la data 1845.

L’opera è dedicata alla seconda moglie dell’autore, Marie Dahnhardt, che presto si dividerà dal marito, lasciandolo nella più completa solitudine. Stirner muore nel Giugno del 1856, a pochi mesi dai 50 anni, oppresso dai debiti e dopo due appelli pubblici sui giornali. Aveva passato anche due brevi periodi in prigione, proprio per i debiti. Alla sua morte, che venne annunciata da pochi giornali, la salma di Stirner fu accompagnata da Bruno Bauer e da pochi amici.

Dopo essersi già fatto notare con alcuni brevi saggi il silenzioso, appartato Stirner si presentava ora con un’opera massiccia che aveva una sola pretesa: quella di seppellire la filosofia in generale. E dopo l’Unico l’attività pubblica di Stirner sembra sfilacciarsi, sino a scomparire. Con la sua opera principale e le due repliche ai suoi primi recensori si può affermare che Stirner abbia dichiarato il silenzio e lo abbia poi mantenuto.

Stirner non ha trovato particolare favore presso la critica filosofica e il suo nome fa parte ormai della cerchia dei classici teorici dell’anarchismo. Ma bisogna anche dire che questo appropriarsi di Stirner da parte degli anarchici è andato ben al di là delle intenzioni stesse di Max Stirner, che non ha mai avuto alcuna intenzione di fondare una scuola di pensiero ne tanto meno di tracciare guide ed indicazioni a chicchessia: la sua dimensione dell’individualismo, dell’egoismo, termine questo da lui ampliato ed ingigantito fino a diventare un “valore” e una vera categoria di pensiero nonché un atteggiamento complessivo verso tutte le manifestazioni della vita e della realtà, ha trovato una connotazione “sociale” soltanto nella concezione da lui teorizzata, e neanche tanto insistentemente proposta, della “Unione dei Liberi”, che deriva dalla frequentazione a Berlino del circolo intellettuale dei “Freien”, “Liberi”, appunto, alle cui riunioni e discussioni movimentate partecipò lo stesso Engels. Tale concezione prevedeva una unione di individualità che, salvaguardando strenuamente la propria personalità, avrebbero potuto comunque fondare un progetto politico e organizzativo capace di guidare la vita dell’intera società. Ma su questo concetto Stirner non insistette mai più che tanto.

Se non si sapesse che Stirner scrisse le sue opere ben prima che Nietzsche cominciasse a scrivere le sue verrebbe di fare il seguente paragone: mentre Nietzsche aveva trovato una tavola apparecchiata, su cui erano posati diverse oggetti, cioè tutte le “idee fisse”, i “fantasmi” e le astrazioni della Morale, dell’Etica, della Religione, dell’Amore, dell’Amicizia, del Dovere, insomma tutte le categorie “alte” sedimentatesi nel corso di secoli di storia del pensiero e del costume occidentali e, davanti a questa tavola, l’aveva poi sgomberata di molti di quegli oggetti per mettervene sopra altri, per esempio la Nazione Germanica, la Tragedia, la Musica e altri concetti, Stirner invece, disgustato da tutto ciò che aveva trovato su una tavola simile, in un’altra stanza, avrebbe semplicemente tirato la tovaglia da una parte gettando tutto sul pavimento, ponendo sulla tavola un’unica cosa, l’Io individuale, ovvero, appunto, l’Unico.

“L’Unico e la sua proprietà” è dunque quanto di più radicale si sia scritto sulla filosofia, sulla vita e sull’ateismo fino ad ora. Stirner mette a nudo le contraddizioni dell’ateismo di Feuerbach, che abbatte Dio per mettere l’Uomo al suo posto, e quelle di un comunismo che non vuole veramente affrancare l’umanità dalla povertà ma adeguarsi ad essa, re-distribuendola. Stirner è scomodo per tutti perché non ha riguardi per nessuno e per nessun concetto, e perché rivela, con una analisi profonda e sprezzante, che la vera molla di ogni attività umana é quell’Egoismo che viene negato ed annichilito, soprattutto da coloro che, richiamandosi ipocritamente a religioni falsamente egualitarie, ne praticano tutti i giorni, in realtà, la versione negativa.

A conclusione citiamo un commento di F. Mauthner: “ancora oggi ci sono certi uomini devoti che per via del suo libro prendono l’anarchico Stirner per un matto e per Satana in persona; e ancora oggi ci sono certi uomini diversamente devoti che fanno partire da lui una nuova epoca dell’umanità, appunto perché era un anarchico. Ma non era un diavolo e non era un pazzo, anzi era un uomo silenzioso, nobile, che nessun potere e nessuna parola sarebbero riusciti a corrompere, un uomo così unico che non trovava un posto nel mondo, e di conseguenza più o meno fece la fame; era soltanto un ribelle interiore, non era un capo politico, perché agli uomini non lo legava neppure una lingua comune”.

a cura di Arnaldo Demetrio, luglio 2002

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Francesco Ferraironi

Superstizioni e realtà

Dominici Editore, Imperia, 1988, pagine 132, euro 10,40.

É purtroppo l’unico testo specifico sul tragico caso delle streghe di Triora ed inoltre non è distribuito a livello nazionale ma solo nella provincia di Imperia, per cui posso recensirlo con grave ritardo dopo essere venuto in possesso di una copia tramite un libero pensatore di Sanremo.

Nel 1587 giunsero a Triora due inquisitori, un frate domenicano e un sacerdote diocesano, e misero in piedi un processo contro 13 disgraziate donne del paese, tra cui una minorenne, con le solite immaginarie accuse di aver venduto l’anima al diavolo, avere fatto malefici ecc. Le accusate furono gettate in carcere in isolamento totale e sottoposte a vari gradi di tortura consistenti in:

– tortura della veglia, ben illustrata nel testo da un eloquente disegno, in cui la vittima era posta a sedere sopra uno spuntone di legno con gli arti tirati da funi in modo che qualsiasi movimento provocasse spasmi dolorosi in sede rettale o alle articolazioni

– tortura del cavalletto, per cui la vittima era distesa su un’asse con pesi legati ai piedi e arti superiori legati a una fune arrotolata, che si poteva tirare su ordine dell’aguzzino in tonaca;

– depilazione totale per agevolare l’ispezione ad opera dei sacerdoti alla ricerca dei “marchi demoniaci”.

Delle tredici arrestate 8 furono torturate, quattro confessarono alla sola vista degli spaventosi strumenti di tortura, solo alla minorenne fu risparmiata ogni sofferenza corporale diretta.

Alcune furono torturate sia dall’Inquisizione clericale sia nel corso di ulteriori interrogatori fatti da un “molto cattolico” giudice laico inviato dal governo della Repubblica di Genova. Gli Anziani di Triora inviarono più lettere di protesta contro tali crudeltà. La paura della tortura indusse una delle arrestate a gettarsi dalla finestra dopo le prime due sedute di sevizie. Il testo riporta, nel capitolo intitolato “Straziante vicenda”, i verbali originali delle torture da cui traspare in maniera inequivocabile la natura disumana della chiesa cattolica romana che per secoli la praticò. Nel frattempo altre otto donne furono arrestate e seviziate dall’Inquisizione nei paesi circostanti Triora il che porta a ventuno il totale delle donne imprigionate. Di queste, diciotto furono deportate a Genova per le fasi finali del processo i cui incartamenti furono inviati alla Santissima Romana e Universale Inquisizione di Roma: delle tre rimanenti una era morta suicida come si è già detto, una era la minorenne che fu affidata ad un istituto, la terza morì per cause naturali forse a seguito delle sevizie subite (manca il verbale di morte e l’autopsia).

Il prolungarsi della detenzione a Genova provocò la morte di altre cinque donne che quindi non poterono godere della libertà loro concessa dopo due anni di carcere e sevizie varie. Infatti il riesame delle carte processuali a Roma e Genova evidenziò chiaramente che tutta questa tristissima vicenda non era altro che una meschina montatura diffamatoria di malelingue di paese accreditata da preti fanatici e/o incapaci.

Intanto però sei donne erano morte in carcere per colpa di assurde superstizioni avvallate dai papi nelle loro bolle, dalla Bibbia in alcuni passi, dai frati inquisitori domenicani e da giudici laici loro creduli complici.

Piero Marazzani, aprile 2004

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