26-Recensioni di opere con prima edizione nel 2014


Recensioni di opere con prima edizione nel 2014

Calendario di effemeridi anticlericali 2015
Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 2014, pagine 14, euro 7,00

Il calendario 2015 è dedicato al sedicesimo centenario (415-2015) dell’assassinio ad opera di fanatici cristiani della filosofa e matematica Ipazia di Alessandria d’Egitto.

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 La Cia in Vaticano
(Da Giovanni Paolo II a Francesco: come i servizi segreti sorvegliano il papa)
Sperling&Kupfer, Milano, 2014, pagine 557, euro 18,90

Testo graffiante e ben documentato con una bibliografia di circa 300 testi, manca purtroppo l’Indice dei nomi, molto utile al lettore per raccapezzarsi in libri così corposi.

La parte principale è dedicata alle complicità clerico-fasciste con particolar riguardo alle sanguinarie dittature latino-americane. In Vaticano sapevano perfettamente dove erano tutti i criminali nazi-fascisti sfuggiti alla loro giusta punizione e parimenti erano informati sulla tragedia dei desaparecidos: si cita per esempio un documento della CIA in cui si riassume un pranzo di lavoro tra il generale Videla e i vertici clericali argentini. Certi cappellani militari partecipavano addirittura ai “voli della morte” e alle torture.

La chiesa tacque perfino sui suoi stessi membri massacrati dai paramilitari: si cita l’esempio dei sei gesuiti e due civili assassinati in Salvador nel 1989. Il vescovo Romero ebbe due udienze da Giovanni Paolo II ricevendo solo prediche generiche e nessun atto pubblico di condanna delle barbarie compiute dai battaglioni militari che sterminavano indiscriminatamente perfino donne e bambini.

Il libro segnala documenti desecretati che provano l’appoggio congiunto di USA e Vaticano al golpe fascista cileno. Quattro vescovi cileni erano “dichiaratamente a favore del governo” di Pinochet e l’Opus dei occupava con il suo numerario Francisco Javier Cuadra la carica di segretario generale della dittatura.

Le relazioni della CIA inserite e/o citate nel libro attestano la doppiezza e malafede del Vaticano nel caso dei preti pedofili irlandesi, nel massacro dei Tutsi in Ruanda nell’intrattenere regolari incontri segreti con l’ agenzia spionistica USA.

Infine da segnalare l’elenco degli unici 15 Stati che non intrattengono rapporti diplomatici col Vaticano: 8 islamici, 4 comunisti, 2 buddisti e un piccolissimo Stato dell’Oceania.

Pierino Marazzani, dicembre 2014

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Tiziana Fasoli

I preti…dovrebbero scomunicarli da piccoli

Robin, Roma, 2014, pagine164, euro 10,00

Il testo è corredato da alcune belle vignette satiriche, più anticlericali del testo: un prete con al guinzaglio un serpente, noto simbolo fallico, un vescovo ridens a gambe larghe con due pretini dall’aria altezzosa, in copertina una vignetta con un prete dall’aria ebete. Il testo esplica una moderata satira dissacrante sforzandosi di dare un interpretazione oggettiva della realtà del prete.

L’autrice non risparmia battute irriverenti neanche ai vangeli: “pensiamo a San Pietro e San Paolo che si sono adoperati nello scrivere diverse lettere, chissà perché così tante…forse non ricevevano risposta.” A proposito dell’ora di religione in calo di scelte: “Quindi qualcuno a questo punto potrebbe dire – Non c’è più religione!- e allora si potrebbe rispondere -E vai! Si esce un’ora prima!-“. Nel capitolo dedicato alla scomunica è citato Giordano Bruno come colui che “non può pentirsi di qualcosa che ritiene giusto (uno fra tutti, Giordano Bruno)”.

Film di sapore anticlericale sono citati in due capitoli del libro: da “Uccelli di rovo”, per il quale gli spettatori si sono rigirati sulle poltrone del salotto impalliditi e scandalizzati dai risvolti torbidi della storia di intrighi e passioni carnali, alla commedia brillante “Il monaco di Monza” di Sergio Corbucci. Il recente “Angeli e demoni” del 2009 fu denunciato da un sacerdote per diffamazione contro la chiesa: un prelato camerlengo uccide il papa perché progressista.

L’associazione dei preti sposati è citata in un paragrafo che denuncia la disumanità della gerarchia verso quei sacerdoti che hanno un “ripensamento”: precise citazioni evangeliche asseriscono che anche gli apostoli predicavano in giro per l’impero “portando con sé la moglie”. Alle perpetue si dedica un altro paragrafo malizioso intitolato “Le nuove perpetue : fatti e misfatti”, vi si raccontano due gravi fatti di cronaca tra parroci e perpetue conclusi con lancio di oggetti pericolosi e incendio della canonica.

Pierino Marazzani, aprile 2015

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Vania Lucia Gaito

Il genocidio del Rwanda

(Il ruolo della Chiesa Cattolica)

L’Asino d’oro edizioni, Roma, 2014, pagine157, euro 12,00

Si tratta di un testo storico con toni polemici anticlericali che riporta documenti, testimonianze e analisi deduttive sui tragici fatti avvenuti nel piccolo Stato africano nel 1994.

Secondo l’autrice “mai come in Rwanda la Chiesa Cattolica ha fatto scempio della sua stessa dottrina, dei suoi princìpi fondamentali, del suo primo comandamento, ama il prossimo tuo”.

Invece di cercare con ogni mezzo pacifico di mediare fra le etnie Tutsi e Hutu, la Chiesa ha sostenuto ora gli uni ora gl altri in base a cinici calcoli opportunistici di potere. In particolare, durante il genocidio del 1994, missionari e clero indigeno sono stati complici per poi passare al negazionismo più bieco. La chiesa cattolica non ha fatto nulla per salvare le migliaia di persone che si erano rifugiate nelle sue chiese ed anzi monsignor Misago, prete locale fra i più compromessi, partecipava a riunioni di alto livello in cui venivano organizzati i massacri.

Monsignor Misago è il nuovo cardinal Stepinac? Nel 1942 il genocidio dei serbi ortodossi che abitavano in Croazia e Bosnia, perpetrato con la complicità di Stepinac, nel 1994 il genocidio dei Tutsi di qualsiasi religione con la complicità del clero cattolico rwandese. Siamo in presenza di una specie di riedizione della strage di san Bartolomeo a Parigi del 1572? In entrambi i casi i massacratori giravano con le liste delle persone da prelevare a casa loro per poi ucciderle sul posto. In entrambi i casi la strage fu accolta dal clero con giubilo, papa san Pio V fece coniare addirittura una medaglia, mentre in Rwanda “alcuni Padri Bianchi non riuscirono a nascondere il proprio entusiasmo: esultavano”.

La Chiesa non ha esplicato in Rwanda alcuna azione decisa anti-razzista per placare gli odii etnici fra Hutu e Tutsi ed anzi il missionario padre Guy Theunis diffondeva “materiale razzista”. Secondo alcuni storici citati nel libro la Chiesa avrebbe giostrato fra le due etnie mirando a creare in Rwanda una teocrazia cattolica: ad un certo punto le velleità indipendentiste e laiciste dei Tutsi avrebbero minacciato tale supremazia cattolica per cui, sottobanco, missionari e clero indigeno hutu avrebbero attizzato l’odio etnico. Il testo segnala anche il feroce anticlericalismo del re Yuhi IV Musinga che fu “visto calpestare con rabbia le immagini dei santi e il crocifisso” venendo deposto dai colonialisti belgi.

Pierino Marazzani, aprile 2015

Proprio il 7 aprile in Rwanda è il giorno della memoria, in quanto anniversario dell’inizio del genocidio che portò al massacro di un numero enorme di tutsi, dalle 800.000 a un milione di persone di ogni condizione sociale e di ogni età, compresi bambini e neonati; il numero è quasi impossibile da quantificare con precisione in quanto le persone furono fatte a pezzi con machete e mazze ferrate, o bruciate vive, o schiacciate sotto edifici fatti crollare appositamente o buttate in pasto ai coccodrilli e portate via dalla corrente dei fiumi, o ritrovate in enormi cumuli o in enormi fosse comuni; il tutto in poco più di tre mesi, dal 7 aprile al 17 luglio 1994.

GEOGRAFIA

Il Rwanda è un piccolo bellissimo Paese africano della fascia equatoriale, 26.000 kmq, poco più grande della Sicilia, confinante a nord con l’Uganda, a est con la Tanzania, a sud con il Burundi e a ovest con la Repubblica Democratica del Congo, nel 1994 Zaire.

È situato su un altipiano che digrada a est verso il lago Vittoria, incredibilmente verde e fertile, eminentemente collinare – il Rwanda è detto infatti il Paese dalle mille colline – e a est c’è una zona di vulcani attivi, di cui il più alto supera i 4.500 metri.  È ricco di acque, dal lago Kivu a ovest ai molti fiumi.

Il clima, per la combinazione tra Equatore e altitudine, è eccezionalmente mite e secco e non vi esiste inverno. Un lembo di Paradiso.

La popolazione era di 6 milioni di abitanti nel 1994, di 8 milioni al censimento 2002 e ammonta a oltre 10 milioni al 2014.

STORIA

La storia era tramandata oralmente tramite miti e leggende. La storia scritta dai colonizzatori racconta di tre popolazioni arrivate nel Paese in tempi diversi. I primi furono i twa, molti secoli prima della nascita di Cristo (attualmente l’1% della popolazione), piccoli di statura, poi classificati dai colonizzatori come pigmei: gli uomini cacciavano e le donne pescavano. Poi, circa duemila anni fa, arrivarono da ovest, dalle foreste congolesi, gli hutu, popolazione bantu dedita prevalentemente all’agricoltura, che si strutturarono in piccoli regni, spesso rivali tra loro. Da ultimo, nel XIII o XV secolo a seconda dei testi, dall’Etiopia arrivarono i tutsi, più alti di statura, dalla pelle più chiara, pastori, possessori di enormi mandrie di bestiame, che in poco tempo annessero via via i piccoli regni hutu in un unico Stato governato da un re. Il re si avvaleva, nelle decisioni di governo, di un gruppo di consiglieri esclusivamente hutu, cui si attribuivano poteri sovrannaturali. Il che realizzava un certo equilibrio di potere tra le due etnie, anche in quanto le cariche locali erano teoricamente accessibili a tutti.

La convivenza e il sentirsi un unico popolo, nonostante le differenze socioeconomiche a vantaggio dei tutsi, erano facilitati dal fatto che tutti i gruppi parlavano la stessa lingua, il kinyarwanda, e condividevano lo stesso dio – Imana – l’essere supremo, il creatore, il dispensatore di tutti i benefici.

Alcune enciclopedie continuano a riportare come composizione della popolazione attuale un 80% di hutu e un 19% di tutsi, perpetuando una concezione di suddivisioni razziali assai diffusa nell’Europa della seconda metà dell’ottocento e non ancora totalmente scomparsa nel nostro “civilizzato” Occidente. In realtà, nel corso dei secoli, i frequenti matrimoni misti avevano assai sfumato le differenze etniche, che invece i colonizzatori accentuarono, in base alla ben nota logica del “divide et impera”.

Il Rwanda fu dominio coloniale tedesco dal 1899 al 1915 come parte dell’Africa Orientale Tedesca e dal 1916, dopo la sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, al 1962 fu dominato dai belgi, mediante un mandato temporaneo loro attribuito dalla Società delle Nazioni. Furono proprio i belgi ad alimentare il conflitto tra le due etnie, in particolare con l’introduzione, nel 1933, della carta di identità etnica, che legittimava l’appartenenza dei ruandesi all’una o all’altra in base alle differenze somatiche, che furono rigorosamente misurate.

Nel settembre 1961 un referendum popolare abolì la monarchia, e il 1° luglio 1962 fu proclamata l’indipendenza.

I MISSIONARI

Dopo i tedeschi arrivarono in Rwanda i missionari, l’ordine dei Padri Bianchi dal colore del loro abito e mantello, istituito ad Algeri, i quali fondarono la loro prima missione in Rwanda all’inizio del XX secolo .

Dopo il 1916, con il cambio della guardia coloniale, l’ordinamento sociale ruandese non cambiò molto: i funzionari governativi, gli alti gradi dell’esercito e i proprietari terrieri erano ancora prevalentemente tutsi, mentre un perdurante sistema di privilegi e gerarchie continuava a relegare la maggior parte degli hutu in una condizione di povertà.

Ciò che cambiò fu l’appoggio dei colonizzatori alla Chiesa, che da parte dei belgi fu incondizionato e favorì la creazione di una vasta rete di missioni e di scuole. Il Rwanda fu consacrato al Cristo Re e il cattolicesimo diventò religione di Stato. I Padri bianchi stigmatizzarono anch’essi le differenze somatiche e proprio nel 1933 – l’anno in cui i belgi introdussero la carta d’identità etnica – fu pubblicato un celebre libro di un prete che teorizzava la distinzione razziale, divulgato capillarmente e ristampato numerose volte. La distinzione razziale, le sue motivazioni e le conseguenti discriminazioni divennero l’asse portante dell’azione modellatrice delle menti messa in atto dalla Chiesa Cattolica.

Per oltre quarant’anni i Padri bianchi tennero le redini della struttura sociale ruandese attraverso le parrocchie, i seminari, gli ambulatori medici, gli ospedali e soprattutto le scuole: per la popolazione povera l’unico accesso all’istruzione passava attraverso la conversione al cattolicesimo. Mi viene da pensare alla DC italiana, che per decenni ha occupato il Ministero della Pubblica Istruzione, attraverso il quale passavano un certo indottrinamento e soldi alle scuole private cattoliche, anche se in contrasto con la Costituzione… .

Come conseguenza di questa violenza culturale sistematica e continuativa, se nel 1910 i cattolici in Rwanda erano 6.000, agli inizi del 1960 erano diventati due milioni.

Verso la metà degli anni Cinquanta accadde qualcosa che né la Chiesa né gli occupanti belgi avevano previsto: la monarchia e il governo ruandese, appannaggio dei tutsi, cominciarono a manifestare la propria insofferenza nei confronti della supremazia economica del Belgio e della sudditanza religiosa, rivendicando la laicità di scuole e presidi sanitari.

Il Belgio, perdendo la supremazia sul Paese, avrebbe perso anche la possibilità del suo sfruttamento economico e la Chiesa cattolica, senza l’appoggio del Belgio, avrebbe perso il potere che di fatto deteneva attraverso la gestione delle scuole e delle strutture sanitarie, che la monarchia tutsi voleva passassero sotto l’amministrazione dei laici.

La Chiesa, che aveva teorizzato la superiorità razziale dei tutsi e che aveva discriminato gli hutu, cambiò completamente rotta, idealizzando gli hutu come un popolo di credenti e di onesti lavoratori, che meritava il riconoscimento dei suoi diritti fino a quel momento negati e un miglioramento della sua condizione socioeconomica.

L’appoggio della Chiesa, per essere veramente efficace, non poteva essere solo pastorale e morale, per cui si favorì, nel 1957, la redazione, da parte di persone vicinissime al vescovo, de “Il manifesto degli hutu” e, due anni dopo, la costituzione del “Partito per l’emancipazione degli hutu”, impregnato di propaganda razzista.

Il primo novembre 1959, neanche un mese dopo la nascita del partito degli hutu, scoppiò quello che fu chiamato il “piccolo genocidio”, con scontri, incendi, saccheggi, uccisioni da parte di bande armate hutu che durarono fino al settembre 1961. Le truppe belghe occupanti non intervennero e i Padri bianchi esultarono.

Un milione di tutsi cercò la salvezza nei Paesi confinanti: Burundi, Tanzania, Zaire e soprattutto Uganda, in cui si rifugiarono 500.000 persone e in cui, nel 1987, i figli e i nipoti dei rifugiati del 1959/60 costituirono il Fronte Patriottico Ruandese, con lo scopo di ritornare in patria e di abbattere il regime dittatoriale del generale Habyarimana, che aveva preso il potere nel 1973 con un colpo di Stato.

Nel Rwanda ormai divenuto dal 1961 una repubblica indipendente, i decenni 60 -80 furono contrassegnati da lotte per il potere interne al partito degli hutu, dall’accaparramento dei sussidi europei da parte della cerchia vicina al presidente e, dal 1989, da una grave crisi economica dovuta al crollo internazionale del mercato del caffè e dalle incursioni del Fronte Patriottico Ruandese, costituito dai rifugiati tutsi in Uganda, che uccideva civili hutu e distruggeva villaggi.

A causa di questo clima di guerriglia e delle pressioni internazionali il presidente Habyarimana fu costretto a negoziare e nell’agosto 1993 si sottoscrissero gli Accordi di Arusha (in Tanzania), che prevedevano la costituzione di un nuovo governo con esponenti di entrambe le etnie, il ritorno dei profughi tutsi e la restituzione delle loro terre, nuove elezioni entro il 1995 e l’unificazione dell’esercito.

Le frange più estremiste degli hutu si opposero violentemente, proprio per il timore che i profughi tutsi, ritornando, si riprendessero proprietà e privilegi, e il governo, che pur mostrava ufficialmente propositi di pacificazione, promosse la formazione di cosiddetti gruppi di autodifesa popolare – milizie assimilabili a veri e propri squadroni della morte -, importò dalla Cina un numero enorme di machete, considerati “prodotti civili”, li fece distribuire capillarmente alla popolazione hutu e fece redigere, distretto per distretto, elenchi dettagliati dei tutsi da uccidere, con elenchi specifici riguardanti professionisti e intellettuali.

La macchina organizzativa del genocidio era predisposta: mancava la scintilla per metterla in moto. La scintilla fu l’abbattimento, il 6 aprile 1994 mediante un missile, dell’aereo del presidente Habyarimana di ritorno dalla Tanzania, il cui presidente aveva convocato una riunione di capi di Stato della regione che facilitasse la soluzione dei problemi ruandesi.

Non fu fatta mai luce su chi avesse inviato il missile, anche se la spiegazione più accreditata riguarda la ristretta cerchia dello stesso Habyarimana, considerato troppo accomodante con i tutsi, il cui ritorno avrebbe fatto diminuire i privilegi e ostacolato i traffici illeciti dell’élite hutu al potere (cocaina, marijuana, armi per il Medio Oriente e prestiti bancari per il loro acquisto).

Ovviamente la colpa fu data al Fronte Patriottico Ruandese dei tutsi per cui, due ore dopo l’esplosione dell’aereo presidenziale, ormai il 7 aprile, cominciò il massacro.

Il Fronte Patriottico Ruandese dei tutsi, sotto il comando di Paul Kagame, che era stato addestrato dall’esercito Usa a Fort Leavenworth, non tardò a intervenire. Dopo i primi scontri, sia per le capacità strategiche di Kagame, sia per il fatto che l’esercito regolare ruandese e le milizie popolari, essendo rimaste senza munizioni (che non erano state pagate), si erano dissolte, al Fronte Patriottico arrise la vittoria: il 4 luglio la capitale Kigali e Butare furono conquistate e il 17 luglio la guerra finì.

Il Rwanda era totalmente devastato: infrastrutture, scuole e servizi sanitari distrutti, servizi idrici e di energia elettrica smantellati, edifici in rovina, macchinari industriali e utensili fracassati, e ovunque, nelle strade, nelle case e nelle chiese, enormi cumuli di cadaveri mutilati, spesso senza testa, senza mani e senza piedi. E i laureati, come medici e ingegneri, erano stati tutti accuratamente assassinati.

Il genocidio lasciò anche un numero enorme di bambini e bambine orfani/e, il che ha creato problemi particolarmente ardui da affrontare.

In questa vicenda apocalittica vi sono molti aspetti incomprensibili, tra cui il principale fu il fatto che l’ONU si rifiutò di intervenire, nonostante le disperate e ripetute richieste di intervento del generale che comandava il piccolissimo contingente dislocato in Rwanda, e nonostante il fatto che anche dieci caschi blu fossero stati fatti a pezzi ancora vivi. Neppure dopo la fine del massacro l’ONU avviò mai un’inchiesta ufficiale sull’assassinio di questi suoi militari.

Poi sarebbero da approfondire: il ruolo della Francia, che per anni aveva inviato armi al governo e addestrato le milizie popolari a uccidere il maggior numero possibile di persone con armi da taglio e che, tramite una missione apparentemente umanitaria, dopo la fine del massacro consentì la fuga ad alcuni mandanti del genocidio; il rifornimento di armi all’esercito ruandese, organizzato dall’isola di Man (paradiso fiscale appartenente alla Gran Bretagna), nonostante l’embargo deciso dall’ONU il 17 maggio nei confronti di entrambe le parti; il ruolo di alcuni capi hutu che, dai campi dello Zaire in cui si erano rifugiati dopo la fine del genocidio, operarono per destabilizzare quel Paese e soprattutto per agevolare, da parte delle multinazionali, l’acquisizione, a prezzi irrisori, di minerali come il coltan, fondamentale per la costruzione dei cellulari.

In questa sede ci interessa trattare soprattutto del ruolo della Chiesa Cattolica, in questa vicenda incredibile, ma non posso fare a meno di sottolineare come l’Africa sia tuttora il continente da massacrare maggiormente – nel suo territorio e nelle sue genti – da parte di governi e multinazionali, non ultima l’italiana ENI in Nigeria.

La Chiesa locale, in combutta con gli occupanti belgi, è da considerare la principale responsabile del genocidio ruandese, in primo luogo per l’indottrinamento portato avanti per decenni nelle scuole e nei seminari, e per essere stata la mente dei testi e dei soggetti politici fatti passare come utili alla riscossa degli hutu; una riscossa degli hutu dal punto di vista socioeconomico sarebbe stata indispensabile, ma ovviamente tramite una lotta politica democratica e di medio periodo.

A riprova dell’inutilità del genocidio dei cento giorni come strumento di giustizia sociale e di redistribuzione della ricchezza, l’élite dirigente e ricca del Rwanda attuale è ancora costituita prevalentemente da tutsi, concentrati nell’ormai modernissima capitale Kigali piena di grattacieli, e i contadini poveri delle mille colline sono ancora prevalentemente hutu, nonostante il Prodotto Interno Lordo del Paese viaggi da tempo a un ritmo elevatissimo, pari al 7,7% o addirittura oltre il 12% annuo, a seconda dei testi. Ed è nelle mille colline che mancano ancora servizi idrici e di energia elettrica adeguati a un Paese civile e moderno. Così come è ancora praticamente inesistente un servizio sanitario ruandese. In un Paese con il 7% della popolazione ammalata di Aids profilassi e cura sono gestiti da Emergency, Medici senza Frontiere, Action Aid e dai missionari.

L’interruzione di gravidanza è proibita per legge, anche se nel Parlamento eletto nel 2013 il 62% dei componenti è donna.

Tornando alla Chiesa Cattolica ufficiale, non sorprende che i suoi massimi poteri – il Vaticano come le alte gerarchie locali – siano stati, come molto spesso avviene, dalla parte dei governi e dei potenti di turno, desiderosi di potere e di una ricchezza che procura nuova influenza e quindi nuovo potere: ciò che risulta tipico della vicenda ruandese è che molti preti e suore di etnia hutu – persone la cui scelta di vita avrebbe dovuto essere l’operare coscientemente per amore del prossimo, di ogni essere umano – non solo non abbiano aiutato le vittime a nascondersi o a fuggire, ma siano stati in prima persona protagonisti dello sterminio, convogliando la popolazione tutsi in chiese, seminari e oratori, chiudendola dentro e poi facendo dare fuoco agli edifici o facendoli abbattere con ruspe appositamente procurate, in modo da schiacciare coloro che vi si erano rifugiati.

In questo comportamento a mio parere incomprensibile vi è un fatto, se possibile, ancora più incomprensibile e cioè che tra i principali istigatori del massacro ci sia stato un prete italiano, padre Bellomi, cioè un prete cui era stato risparmiato – presumibilmente – il lavaggio del cervello cui erano stati soggetti i suoi colleghi ruandesi nelle scuole e nei seminari del loro Paese.

A onor del vero vi furono anche alcuni – pochi – casi di preti e suore, come ha scritto Eric Frattini nel suo “Cia in Vaticano”, che si rifiutarono di consegnare loro fratelli e di partecipare agli eccidi, per cui furono a loro volta trucidati.

I preti e le suore hutu protagonisti/e del genocidio fuggirono tramite l’operazione Turquoise attuata dai francesi e si rifugiarono in Francia e soprattutto in Italia, in Toscana, dove furono integrati nelle attività di alcune parrocchie. Il più famoso tra loro, Athanase Seromba, nonostante denunce della stampa internazionale, l’attività di associazioni come African Right e di Amnesty International e un mandato d’arresto internazionale, fu protetto dall’arcivescovo di Firenze e dallo Stato Italiano e potè essere tradotto in Tanzania, e successivamente condannato all’ergastolo, solo dopo che il Vaticano accettò di trattare con le autorità ruandesi e con il Tribunale penale internazionale per il Rwanda, che era stato istituito dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu pochi mesi dopo la fine del genocidio. Un vescovo e altri preti e suore se la cavarono per insufficienza di prove o dopo aver scontato una parte minima delle pene loro comminate.

Il ruolo del Vaticano fu ambivalente: all’inizio di maggio 1994 il cancelliere della Santa Sede, cardinale Jean-Louis Tauran, aveva convocato gli ambasciatori degli Stati Uniti, della Francia e del Belgio per chiedere l’ intervento congiunto dei rispettivi governi a favore di alternative che ponessero fine ai massacri, ma quasi due anni dopo la fine del genocidio Giovanni Paolo II, pur avendo ammesso ufficialmente che decine di sacerdoti e di suore – decine! – avevano partecipato attivamente ai massacri in Rwanda, aveva aggiunto – a mio parere pilatescamente – che la Chiesa non poteva essere ritenuta responsabile per le colpe di coloro che avevano agito contro la legge del Vangelo, i quali sarebbero stati chiamati a rendere conto delle proprie azioni.

Dal canto suo l’Osservatore Romano, nel 1999, oltre a negare le responsabilità della Chiesa Cattolica, attribuendole a una campagna di diffamazione, avanzò l’interpretazione del “doppio genocidio”, poi ripresa da riviste cattoliche ruandesi, italiane e francesi. Così come, ad esempio, l’enciclopedia di Storia del Corriere della Sera (2012) presenta la tragedia ruandese come “guerra civile”, mettendo cioè sullo stesso piano i morti provocati dalle due parti.

In realtà Paul Kagame, poi eletto presidente del Rwanda, con il suo Fronte patriottico formato dai tutsi rifugiatisi in Uganda, aveva solo impedito che un intero popolo scomparisse completamente dalla faccia della Terra, riuscendo a far concludere la carneficina in soli 100 giorni, nella completa indifferenza della comunità internazionale.

Lo stesso Kagame aveva poi abolito le carte di identità che distinguevano gli hutu dai tutsi e la pena di morte e da allora governo ed esercito sono composti da entrambi i gruppi sociali e nelle scuole non vi sono più le quote di ammissione vincolanti in base all’etnia. Kagame ha poi attuato una riforma agraria mirante ad aumentare la produttività complessiva, che però non ha risolto – e forse ha aggravato – il problema delle carenze alimentari nelle campagne, anche per effetto dell’aumento della popolazione, dovuto al ritorno massiccio dei profughi e ad accorte politiche a sostegno della famiglia.

Il Rwanda appare nel suo complesso un Paese dinamico, con la voglia di continuare a vivere, ma è cosparso di “luoghi della memoria”, cioè di edifici, spesso chiese, pavimentati di ossa.

Il libro di Vania Lucia Gaito riporta le testimonianze sconvolgenti di alcuni sopravvissuti ruandesi e interessanti interviste a intellettuali europei: una psicologa di Medici senza Frontiere andata a lavorare in Rwanda con gruppi di donne disponibili a tentare una riconciliazione con il recente passato, e Michela Fusaschi, un’antropologa dell’Università degli Studi di Roma Tre, che da decenni studia il Rwanda sul campo.

A me aveva comunque colpito anche la testimonianza di Sebastiao Salgado, il grande fotografo brasiliano, che da molti anni conosceva bene il Rwanda, che per i suoi servizi era nel Paese durante il genocidio e per forza di cose aveva fotografato cumuli di cadaveri, colonne di profughi terrorizzati, campi di rifugiati in condizioni spaventose e che a un certo punto non aveva retto più, ammalandosi anche fisicamente, per cui per mesi era stato costretto a interrompere qualunque attività.

Poiché l’ultimo genocidio del XX secolo è stato perpetrato nell’Africa subsahariana – così come il primo, lo sterminio di 200.000 herero nel 1904 a opera dei coloniaslisti tedeschi in Namibia – ritengo importante sottolineare alcuni aspetti caratteristici della cultura africana:

1) il concetto di autorità talmente radicato da non poter essere messo in discussione a nessun costo; e l’autorità è assimilata al padre, per cui è “padre” l’autorità politica locale e nazionale, il Dio dei cattolici, i Padri bianchi che la facevano da padroni in tutte le sedi di trasmissione della cultura;

2) la straordinaria esperienza dei tribunali popolari locali, vecchia istituzione ruandese – attivata con un certo successo anche nel Sud Africa del dopo apartheid con lo stesso scopo di promuovere una riconciliazione nazionale – secondo cui i colpevoli vengono ascoltati e poi condannati in piazza alla presenza di tutti gli abitanti del villaggio in base alla testimonianza delle vittime; questi tribunali hanno consentito di liberare da carceri sovraffollate e ingestibili i colpevoli di omicidi, aggressioni e reati contro la proprietà, che spesso riconoscevano i propri torti e chiedevano perdono, mentre i tribunali speciali per i reati di genocidio si occupavano dei pianificatori e degli organizzatori;

3) il ruolo rigeneratore delle donne, costrette a farsi carico della sopravvivenza psicologica e civile, che vanno a studiare in massa nei college istituiti abbastanza capillarmente e che riescono a pagarsi gli studi attraverso un sistema di prestiti tra famiglie, che studiano prevalentemente discipline psicosociali e che poi si dedicano all’insegnamento.

Estremamente importante è il ruolo delle donne in questo travagliato Paese, sia perché lo era sempre stato nella società tradizionale ruandese, sia perché la parità di genere era sempre stata una bandiera in particolare del Fronte Patriottico Ruandese, sia perché, dopo la fine del massacro, le donne avevano dovuto riempire il vuoto lasciato dagli uomini o trucidati o fuggiti all’estero o in carcere, e hanno dimostrato di saperlo fare in modo notevole.

Attualmente, nel Parlamento eletto nel settembre 2013, le donne sono il 62%, la più alta percentuale al mondo, molti ministeri importanti sono affidati a donne, che diventano sempre più numerose anche nelle amministrazioni locali, nel mondo degli affari e nelle professioni.

Alcuni recenti servizi giornalistici sottolineano l’esistenza ancora di una certa paura e disagio tra le due etnie, che molto probabilmente solo una più equa distribuzione della ricchezza e migliori condizioni materiali di vita nelle mille colline potrebbero far scomparire. Ma questo nessuno/a lo scrive.

Maria Carla Baroni, aprile 2015

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Eric Frattini

La Cia in Vaticano

(Da Giovanni Paolo II a Francesco: come i servizi segreti sorvegliano il papa)

Sperling&Kupfer, Milano, 2014, pagine 557, euro 18,90

Testo graffiante e ben documentato con una bibliografia di circa 300 testi, manca purtroppo l’Indice dei nomi, molto utile al lettore per raccapezzarsi in libri così ampi.

La parte principale è dedicata alle complicità clerico-fasciste con particolar riguardo alle sanguinarie dittature latino-americane. In Vaticano sapevano perfettamente dove erano tutti i criminali nazi-fascisti sfuggiti alla loro giusta punizione e parimenti erano informati sulla tragedia dei desaparecidos: si cita per esempio un documento della CIA in cui si riassume un pranzo di lavoro tra il generale Videla e i vertici clericali argentini. Certi cappellani militari partecipavano addirittura ai “voli della morte” e alle torture. La chiesa tacque perfino sui suoi stessi membri massacrati dai paramilitari: si cita l’esempio dei sei gesuiti e due civili assassinati in Salvador nel 1989. Il vescovo Romero ebbe due udienze da Giovanni Paolo II ricevendo solo prediche generiche e nessun atto pubblico di condanna delle barbarie compiute dai battaglioni militari che sterminavano indiscriminatamente perfino donne e bambini.

Il libro segnala documenti desecretati che provano l’appoggio congiunto di USA e Vaticano al golpe fascista cileno. Quattro vescovi cileni erano “dichiaratamente a favore del governo” di Pinochet e l’Opus dei occupava con il suo numerario Francisco Javier Cuadra la carica di segretario generale della dittatura.

Le relazioni della CIA inserite e/o citate nel libro attestano la doppiezza e malafede del Vaticano nel caso dei preti pedofili irlandesi, nel massacro dei Tutsi in Ruanda e nell’intrattenere regolari incontri segreti con l’ agenzia spionistica USA.

Infine da segnalare l’elenco degli unici 15 Stati che non intrattengono rapporti diplomatici col Vaticano: 8 islamici, 4 comunisti, 2 buddisti e un piccolissimo Stato dell’Oceania.

Pierino Marazzani, dicembre 2014

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Paolo Izzo

Lettere eretiche

Stampa Alternativa, Roma, 2014, pagine 165, euro 13,00

Testo di denuncia socio-politica con numerosi riferimenti ateo-anticlericali-laicisti ed elementi di satira anti-religiosa. In una sua lettera pubblicata su un noto quotidiano nel 2012 si formula un’ardito paragone mariano a proposito della fecondazione eterologa: “altre guardie svizzere controllano che nessuno possa imitare quegli antichi Maria e Giuseppe che…aspettavano un sacrosanto figlio senza aver mai copulato insieme…quella sì che fu una fecondazione eterologa, nel vero senso della parola (unione tra specie diverse)!”.

La disastrosa situazione della laicità in Italia dà l’occasione all’autore per una satira amara a proposito dei diritti dell’embrione cui la Chiesa vorrebbe garantire addirittura “anche il diritto di voto” (lettera pubblicata nel 2013). Gli eretici sono coloro i quali hanno il coraggio di pensare con la propria testa in un Italia il cui governo e parlamento sembrano aver trasferito il loro cervello in Vaticano, tanto sono ripetitivi e succubi delle sue direttive. L’autore dichiara pubblicamente il suo ateismo, unitamente alla sua compagna: “Preferiamo pensare, invece di credere”. “Gesù, san Francesco e la madonna sono “astrazioni, figure mitologiche nè più né meno di Giove, Bacco e Artemide”.

A proposito del mondo classico l’autore ricorda come il film sulla filosofa Ipazia, assassinata da fanatici cristiani ad Alessandria d’Egitto nel 415, per un certo periodo pare non si potesse proiettare in Italia in quanto Stato succubo “di una cultura sotto sotto cattolica o peggio catto-fascista” e misogina: Ipazia fu uccisa non solo in quanto eretica ma soprattutto in quanto donna libera e indipendente.

Non potevano mancare riferimenti a Giordano Bruno e al suo martirio ordinato dalla santissima romana e universale Inquisizione. Una lettera scritta nel 2013 ricorda la scienziata Margherita Hack che “era atea. Ci lascia una donna, una geniale scienziata, una poetessa della laicità”. Il testo contiene anche un polemico riferimento a “Porta Pia, una breccia presto rimarginata” da uno Stato italiano ridotto ad una specie di piccola enclave vaticana a causa delle continue ingerenze e prepotenze vaticane e dei suoi fautori.

Infine, varie lettere ricordano “tutti i crimini orrendi di cui si sono macchiati alcuni suoi preti” con chiaro riferimento allo scandalo dei preti pedofili.

Pierino Marazzani, aprile 2015

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Autori Vari

Scienza e Laicità

Claudiana, Torino, 2014, pagine 124, euro 15,00

Il vero laico è colui che è consapevole della strutturazione meramente umana della vita e quindi rifiuta di accordare al “sacro” lo statuto speciale che gli è stato riconosciuto nel Medioevo e nell’Età moderna. Il laico sostiene sia la totale libertà religiosa sia la libera ricerca scientifica: per esempio in Lombardia si è visto nel nefasto ventennio formigoniano l’esatto contrario, con una miriade di decreti e delibere a favore di una sola fede religiosa e, per quanto riguarda i finanziamenti alla ricerca medico-biologica, spudorati favoritismi a favore di istituzioni ospedaliere private religiose a discapito di importanti ospedali pubblici.

L’azione anti-scientifica di settori reazionari clericali è segnalata a proposito del rogo doloso della “Città della Scienza” contro cui fu scatenata una campagna diffamatoria: “si sente nitidamente la puzza nauseabonda di altre fiamme purificatrici di antica memoria. Tira proprio una brutta aria”. Si può forse dissentire dall’analisi del professor Telmo Pievani sull’origine dei mandanti del rogo: non la “bieca ignoranza” ma il fanatismo religioso integralista, mascherato da tecno-negazionismo, solo apparentemente slegato dal clero.

Il libro sviluppa anche il concetto di “democrazia cognitiva”, processo di organizzazione del nuovo sapere e sviluppo di nuovi modelli di rappresentanza. Ma purtroppo in Italia il peso, anche economico, dell’egemonia clericale e i soliti clientelismi nepotistici rischiano di farci regredire in campo scientifico. Ottimo l’articolo di Corrado Augias su “Stato e Chiesa cattolica: dal potere temporale ai concordati” in cui si attacca l’inclusione del concordato clerico-fascista del 1929 nella Costituzione: la religione cattolica romana restava così la religione ufficiale dello Stato italiano. La stessa Democrazia Cristiana fu pesantemente ricattata dagli emissari vaticani: “Il Vaticano avrebbe annientato la DC, se questa avesse ceduto sull’articolo 7”. Augias ricorda anche il tristissimo caso del professor Buonaiuti, famoso prete scomunicato ed escluso dall’insegnamento universitario per aver rifiutato di giurare fedeltà al fascismo: “con somma ingiustizia non venne riammesso all’insegnamento nemmeno dopo la Liberazione”.

A proposito della colossale truffa dell’8 per mille il testo segnala come fu proprio Tremonti, il superministro economico di Berlusconi, ad escogitarla: per premio fece un ottima carriera da oscuro consigliere di Craxi a tali prestigiosi incarichi governativi. Siamo quindi davanti ad una vera e propria frode economica ai danni dello Stato: altri capitoli del libro sono non a caso dedicati a frodi anti-scientifiche perpetrate da studiosi di livello universitario come Tremonti.

In conclusione è da segnalare quella che, secondo il genetista Alberto Piazza, è “una collezione di tratti che potrebbero caratterizzare il pensiero laico: razionalità, antidogmatismo, tolleranza, dialogo, pluralismo “.

Pierino Marazzani, maggio 2015

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Luca Immordino

Storia del sentimento religioso

(Nascita, sviluppo e tramonto delle religioni)

Cavinato, 2014, pagine 167, euro 13,00

Non esiste un sentimento religioso univoco e coerente in quanto viene descritto dall’autore “come confusione della realtà con l’irrealtà”. Si possono comunque identificare tratti comuni ed eredità condivise delle religioni che sono sopravvissute fino ai nostri tempi. Tali apparati religiosi si sono insinuati all’interno della società in maniera da influire più o meno pesantemente sulla trasmissione culturale e non solo. Nel mondo contemporaneo si sono però sviluppate due nuove entità: i gruppi laicisti e la magistratura i quali, in più occasioni, sono riusciti a sconfiggere l’egemonia clericale.

Le religioni possono essere talora più perniciose di una dittatura poiché riescono a costringere i loro fedeli a commettere i rituali più insensati. Le religioni sono infatti costituite da un insieme di ordini dogmatici senza fornire ragionevoli motivazioni sul perché bisogna comportarsi in un determinato modo. Le religioni forse più pericolose sono quelle in fase di sviluppo dal nucleo originario: esse sono gestite da fanatici, persone spesso psicologicamente disturbate o delinquenti senza scrupoli che, approfittando della credulità popolare e della debolezza di soggetti psicolabili, ne ricavano vantaggi economici e di natura varia. La manipolazione mentale è provata in diverse sette religiose citate nel libro.

All’interno della Chiesa Cattolica si sono sviluppati alcuni ordini religiosi che, per i loro scandali, si potevano considerare vere e proprie sette sataniche: i Legionari di Cristo, ai tempi del loro defunto fondatore, videro stupri, spaccio di droga, sequestri, furti e sospetti omicidi perpetrati da monsignor Degollado, nipote di due vescovi. Tali individui spregiudicati sono maestri nell’inculcare fanatici sentimenti religiosi esasperando certe qualità umane.

Solo valorizzando i saperi scientifici si potrà combattere la superstizione religiosa fra le masse popolari, infatti la dimostrazione scientifica dei fenomeni ne contraddice la supposta origine divina.

Inoltre, da un punto di vista psicologico, l’autore denuncia come la religione, a causa della sua strutturazione dogmatica, sia un ottimo veicolo per eccitare comportamenti aggressivi e violenti, sia verbali sia fisici. Terrore ed obbedienza sono alla base di molte religioni che intensificano in ogni modo il timore nei loro adepti: i grandi roghi pubblici ordinati dall’Inquisizione ne sono uno dei maggiori esempi. Le torture degli eretici erano sistematicamente verbalizzate affinché ne rimanesse memoria.

In conclusione, le strutture sociali non solo possono fare a meno della religione, ma la stessa può essere nociva, specialmente in Italia, dove abbiamo la sede del capo della religione cattolica in regime di extra-territorialità.

Pierino Marazzani, giugno 2015

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 Francesco Palmisano

I due dii Dio padre Dio figlio

(Dalle inquietudini adolescenziali alle risposte della ragione)

Tempesta editore, Roma, 2014, pagine152, euro 14,00

L’autore è un magistrato in pensione, già presidente del Tribunale del Riesame di Torino. In questo testo di polemica critica biblica, sotto forma di dialogo tra due giovani amici, presenta ottime argomentazioni di natura scettico-razionalista. Si contestano gli insegnamenti biblici in quanto, per la loro frequente violenza o per altri motivi, “non sono eterni e non valgono per ogni luogo e per ogni tempo”. Se Dio fosse stato giusto avrebbe trattato tutte le sue creature allo stesso modo, cioè in maniera amorevole: al contrario, “il Dio-padre dell’Antico Testamento tratta i Giudei da figli diletti e i non-Giudei da figliastri”. Sull’ingiustizia del Dio biblico sono basati interi capitoli del libro: in particolare per aver ordinato la pena di morte a chi violava il prescritto riposo totale del sabato.

Il silenzio della Chiesa di fronte all’immensità del male che travaglia l’umanità è una delle argomentazioni principali del libro: fin dalla sua breve introduzione dedicata “Al papa Francesco Bergoglio” ne sottolinea l’elusività della sua risposta data in un intervista a “La Stampa” del 13 dicembre 2013 concludendo così: “Ella, santità, confessa che non sa rispondere”. Del resto, secondo la Bibbia, sarebbe stato Dio stesso a mandare una pestilenza micidiale contro l’Egitto, ai tempi dei faraoni. Il funerale di un bambino piccolo morto di morbillo suggerisce all’autore amari ragionamenti sulla cattiveria e sull’inesistenza di un dio onnipotente e amorevole.

L’autore sostiene che “è il dubbio e non la certezza il motore indispensabile di ogni ricerca” e le varie contraddizioni fra vecchio e nuovo Testamento, abilmente identificate nel libro, dovrebbero indurre tutti a dubitare della presunta ispirazione divina della bibbia. Si riscontra più volte nella Bibbia una “ingiusta applicazione del principio retributivo, non degna di un Dio, per cui se Tizio commette un peccato sono puniti i figli, i nipoti e i pronipoti.” Infine sono da segnalare alcuni riferimenti polemici contro la schiavitù relativi ai passi biblici che l’ammettono regolamentandola.

Pierino Marazzani, settembre 2015

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Loris Zanatta
La nazione cattolica
Laterza, Bari, 2014, pagine 280, euro 20,00

Il testo è corredato dall’Indice dei nomi, in cui compare anche l’attuale papa Bergoglio, per cui il lettore può farsi un idea precisa delle sue connivenze con i golpisti argentini. L’Autore identifica il regine militare argentino (1976-1982) come il “tragico epilogo” di una puridecennale commistione clerico-militarista con intervento di elementi clerico-fascisti veri e propri, anche italiani. Per i vescovi le priorità non furono mai la democrazia né i diritti umani “ma l’Argentina cattolica” cioè la dispotica volontà di trasformare questa grande nazione in un gretto Stato confessionale.

La Chiesa fu protagonista del golpe del 1976, l’arcivescovo Tortolo fu uno dei suoi registi, l’arcivescovo Plaza pronunciò “la più dura e golpista delle denunce”, i vertici ecclesiastici argentini erano affetti da “frenesia militarista”, la Chiesa “pensava al golpe come all’occasione per rinchiudersi nella fortezza ideale della nazione cattolica”.

Nel paragrafo dedicato ai “cappellani della morte” si denunciano le loro complicità nello sterminio, previa atroce tortura, di migliaia di persone sequestrate e uccise di nascosto. Questi sacerdoti svolsero anche opera di infiltrazione, spionaggio, estorsione di confessioni, assolvevano seviziatori “reduci dai viaggi della morte sul Rio de La Plata dove sganciavano i corpi delle vittime”. Dopo la caduta della dittatura svolsero un’attiva propaganda negazionista in combutta con i “Generali di Dio”.

Ivertici clericali diocesani si divisero: mentre alcuni denunciavano sparizioni e torture, altri furono vittime di finti incidenti stradali orchestrati da bande paramilitari di destra. Addirittura certi “vescovi sulla cui cieca fedeltà contava il regime” affermavano pubblicamente che in Argentina non esisteva alcun problema di diritti umani. Il nunzio papale Pio Laghi ebbe gravissime responsabilità limitandosi a qualche bonario rimbrotto. In un consesso plenario 39 vescovi contro 31 rifiutarono di ricevere la Madri di Plaza de Mayo, il Vaticano accettò invece di incontrare il boia massacratore generale Massera, il quale ne approfittò per farsi ricevere dal papa “ottenendo così una foto preziosa da spendere come prova che la situazione argentina era normale”.

Un gruppo di preti clerico-fascisti fondò la Legion de Cristo Rey, fautrice della “dittatura cristiana” nell’ambito di una crociata contro il marxismo ateo e gli stessi preti che sostenevano la Teologia della Liberazione. Anche il liberalismo era visto dai settori più reazionari della Chiesa argentina come semplice veicolo del comunismo ateo: mai passò per la testa del clero argentino di provare a creare un suo partito cristiano.

Per tutto il secolo XX i vertici ecclesiastici puntarono sempre sui militari e su forze paramilitari clendestine civili per distruggere i loro nemici di turno. Sotto il governo militare insediatosi nel 1976 si replicò in Argentina il regime stragista clerico-fascista spagnolo: “È appurato che il massacro non fu frutto di eccessi, ma di un piano” congegnato con frequenti e ripetuti incontri più o meno segreti coi vescovi. I sanguinari generali argentini giunsero al punto di consacrare l’Argentina alla Vergine Maria!

Pierino Marazzani, settembre 2015

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Roberto Renzetti
Gli insegnamenti morali della Bibbia che non ti hanno fatto conoscere
Tempesta, Roma, 2014, pagine 498, euro 12,50

Tutto quanto riportato nella Bibbia è un insieme di leggende unite a pezzi di storia mitica di interesse culturale. A parte vanno considerate le “immani tragedie” raccontate, ordinate da un Dio che all’autore appare come “un violento, un malvagio, un vero macellaio genocida…un vero criminale assassino e privo di ogni principio morale”. La critica razionalista al testo biblico è precisa, documentata, ricca di citazioni con utili spunti satirico-polemici che aiutano il lettore nell’approccio al ponderoso testo: “Siamo di fronte ad un racconto privo di senso o, al solito, ispirato da un ubriacone”.

La critica morale al testo biblico evidenzia come il suo presunto dio non rispetti nemmeno gli affetti familiari comportandosi da “crudele e ingiusto padre. Soprattutto un avaro”.

L’Autore chiarisce il vero significato dei 10 comandamenti: per esempio “Non uccidere” andrebbe interpretato, alla luce di quanto riferisce la stessa Bibbia, come “Non uccidere persone della tua gente che non hanno peccato”. Infatti solo così si può spiegare il comportamento del dio biblico che approva le “continue stragi” perpetrate dai suoi fedeli contro altri popoli e contro gli stessi ebrei che deviano dai suoi dogmi.

Anche la schiavitù era permessa e regolamentata dalla Bibbia ma, sebbene fosse la norma in quell’epoca, la Chiesa di Roma avrebbe poi potuto emanare norme abolizioniste come invece ha fatto per altri dettami biblici.

In più passi del libro si evidenzia come le scoperte archeologiche abbiano smentito sia il Vecchio che il Nuovo Testamento:” la cultura israelitica di età pre-esilica si segnala per povertà di attestazioni”. Le rovine della sinagoga di Nazareth sono datate dagli archeologi al II-III secolo d.C. e quindi il suddetto Gesù non avrebbe mai potuto pregarvi poiché non esisteva.

L’Autore nota polemicamente come tutta la Bibbia sia pervasa da intenti anti-femminili: la volontà della donna, specie se giovane vergine, non è presa minimamente in considerazione, la donna sarebbe immonda se partorisce un’altra donna ecc.

In conclusione siamo in presenza di un ottimo testo di critica antibiblica globale densa di ragionamenti logici, osservazioni azzeccate, citazioni pertinenti. Il testo è corredato da svariate mappe geografiche e illustrazioni tra cui segnalo quella relativa alla crocifissione di Gesù: in realtà egli fu semplicemente appeso ad un palo conficcato nel suolo. La favola della croce fu dovuta a san “Girolamo che nella sua traduzione in latino della Bibbia, del 405, ha creato confusione nel tradurre una parola che significa palo con quella che significa croce”.

Pierino Marazzani, ottobre 2015

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Valerio Calzolaio Carlo Latini
Da Moro a Berlinguer (Il PDUP dal 1978 al 1984)
Ediesse, Roma, 2014, pagine 444, euro 20,00

Testo ampio, approfondito, molto ben documentato che presenta alcuni interessanti spunti laicisti a partire dalla storia di questo piccolo partito dell’estrema sinistra:
-un paragrafo è dedicato alla vittoria nel referendum sull’aborto che permise di respingere gli attacchi clericali alla legge 194. Fu così quasi del tutto eliminato “L’enorme, vergognoso, incontrollato e discriminante fenomeno dell’aborto clandestino”;
-la vicenda Sindona-Andreotti vide ancora una volta, in nome di una storica sudditanza al Vaticano, il PCI astenersi nella votazione di una mozione radicale, votata anche dal PDUP, che richiedeva le dimissioni di Andreotti, troppo compromesso con Sindona, bancarottiere e mandante dell’omicidio Ambrosoli;
-la “questione morale”, sollevata a quel tempo da Berlinguer, fu impostata in maniera erronea poiché evitava di coinvolgere il Vaticano, allora come oggi, al centro di continui scandali erotico-finanziari;
-in una famosa lettera inviata nel 1977 da Berlinguer a monsignor Bettazzi, vescovo di Ivrea, fu sottolineato come “una feconda laicità valorizzava i valori e le sensibilità del mondo cattolico”. Ovviamente il Vaticano non raccolse il cortese invito e continuò a ingerirsi negli affari italiani come e peggio di prima.

Bisogna comunque premettere che, al momento, visto che il Vaticano mantiene segreti molti atti di quel periodo storico come pure quelli, ancora più scottanti, del papato di Pio XII (1939-1958), è ovviamente impossibile scrivere una storia completa sulle implicazioni politico-religiose dell’Italia del secondo dopoguerra.

La tematica del “governo occulto” sull’Italia esercitato dai clerico-fascisti della P2 di Gelli è ben presente nel libro che però, forse, sottovaluta l’altrettanto invadente potere diretto più o meno occulto del Vaticano. Gli autori affermano che “L’Italia era (ed ancora in parte è) una servitù militare”, dimenticando qual’è la vera servitù che dal 1929, data del concordato clerico-fascista, grava sull’Italia.

Il testo riporta le commoventi parole del presidente della repubblica Sandro Pertini in occasione dei funerali laici di Berlinguer, poi sepolto nel cimitero degli acattolici di Roma vicino alla piramide di Caio Sestio: “Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”.

Il ruolo dei clerico-fascisti della P2 è sottolineato a proposito del sequestro Moro nelle cui indagini si verificò “la scomparsa e la sottrazione di prove e documentazione durante e dopo la vicenda”: nell’apposito comitato di crisi istituito per gestire tale vicenda ben 8 dei 12 componenti erano iscritti alla P2.

In conclusione, anche in questo libro di storia contemporanea si staglia sullo sfondo la cupa ingombrante ombra del Vaticano e dei suoi stretti fautori clericofascisti.

Pierino Marazzani, novembre 2015

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Mauro Biglino
La Bibbia non è un libro sacro
(Il grande inganno)
Unoeditori, Orbassano, 2014, pagine 185, euro 13,90

Le versioni della Bibbia giunte fino ai nostri giorni contengono numerosi errori e omissioni di traduzione a partire proprio dalla denominazione di Dio con i termini “Yaweh” ed “Elhoim”. Essi erano invece persone come noi ma dotate di particolari capacità tecnico-culturali sopra la media, l’Eden non era altro che un luogo ove si facevano coltivazioni molto avanzate.

Nel capitolo 16 l’autore riassume i risultati di decenni di approfondite ricerche concludendo che “Quello che ci è stato detto sulla Bibbia è falso”. Il suo pensiero è riassunto in 17 “Non è vero” che smontano quasi tutte le spiegazioni tradizionali dei passi biblici.

L’autore confessa il suo agnosticismo in materia di conflitto evoluzionismo-creazionismo: “Non esprimo giudizi né sull’una né sull’altra delle posizioni: non sono di mia pertinenza”.

L’ampiezza, la profondità e la complessità dei suoi studi biblici lo inducono a limitare le sue dotte analisi al campo delle sacre scritture giudiaco-cristiane.

Yaweh era uno degli elohim cui toccò in assegnazione un popolo e una terra che non lo soddisfacevano: quindi attuò una violenta politica espansiva volta a conquistare una terra migliore anche a costo di sanguinosi scontri con le altre popolazioni palestinesi.

È attestata la barbara pratica dei sacrifici umani anche nella Bibbia, “Era praticata anche dal popolo di Yaweh e la richiesta proveniva in origine anche da lui: non era possibile sottrarvisi”.

L’Autore cerca di spezzare i frequenti aspetti terribili del testo biblico con elementi di satira: ad esempio si paragona la Bibbia alla fiaba di Pinocchio. Tale famosa fiaba, densa di significati di valore universale, ben si adatta anche al caso dei vangeli, degli atti degli apostoli e delle lettere paoline: non sono altro che tentativi di rielaborare in chiave universale la religione ebraica.

Così come i masoreti, dotti ebrei che sistematizzarono precedenti leggende orali assemblandole nella Bibbia, allo stesso modo Paolo di Tarso e altri cristiani dei primi secoli sistematizzarono nei vangeli precedenti leggende orali su un predicatore galileo chiamato Gesù, fattosi ungere (cristos=unto) re dei giudei. Ma tali incauti tentativi di gabellare inesistenti ispirazioni divine sono stati smontati da questo autore e da altri studiosi alternativi di matrice laica evidenziandone manipolazioni e contraddizioni.

Pierino Marazzani, gennaio 2016

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Domenico Letizia
Storia della Lega Italiana per il divorzio
http://www.europaedizioni.it, 2014, pagine 89, euro 12,90

Testo sintetico ma ricco di illustrazioni con riproduzioni di articoli, manifesti e foto degli anni sessanta e settanta. L’Introduzione del testo si apre con una citazione tratta dal glorioso settimanale anticlericale “Don Basilio” ed infatti il libro è pieno di riferimenti laicisti, sia dal lato della polemica denuncia delle ingerenze clericali sia dal lato tecnico-legislativo.

La vera svolta del fronte divorzista si ha con la fondazione della Lega Italiana per l’Istituzione del Divorzio (LID) nel 1966: furono i radicali e il socialista Loris Fortuna a muoversi in tal senso contro “una concezione anacronistica e coercitiva del matrimonio e della famiglia”. Ai primi dibattiti promossi dalla LID partecipò anche la comunista Luciana Castellina e qualche socialproletario.

Il testo sottolinea il ruolo promotore di iniziative divorziste del settimanale “ABC”, molto diffuso fra gli anni sessanta e settanta: questo periodico era caratterizzato da un indirizzo anticonformista e anticlericale.

Allora come oggi alle manifestazioni laiciste si contrapposero veglie di preghiera e campagne di stampa clericali: L’Osservatore Romano ribadì con durezza le sue tesi rifacendosi al Concordato clerico-fascista del 1929 ma i costituzionalisti italiani sostennero che, in caso di conflitto, era la Costituzione a prevalere sui Patti Lateranensi.

La legge sul divorzio non finì affossata al Senato per soli due voti: DC e MSI cercarono di respingere in toto il progetto di legge divorzista Fortuna – Baslini.

Alla Camera la legge passò con 330 voti contro 299 nel 1970. Questa sconfitta del fronte clericale dimostra che, se Togliatti avesse fatto votare il PCI contro il Concordato nel 1947, forse per pochissimi voti si sarebbe potuto vincere in quanto i rapporti di forza fra laici e cattolici erano più o meno gli stessi.

Il tentativo di sfruttare l’ondata laicista in funzione anticoncordataria tramite referendum fu bocciato dalle questure, allora come oggi piene di elementi clerico-fascisti: “la raccolta delle firme per il referendum abrogativo del Concordato prevista dal 13 al 31 dicembre 1970 fu impedita dalla questura”.

Allora come oggi sull’Italia si estende l’ombra oscurantista del Vaticano che respingeva questo diritto di libertà già presente da decenni in tutti i Paesi democratici avanzati.

Pierino Marazzani, gennaio 2016

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Stephen Law
La lotta per la mente dei bambini
(Educazione libertaria o autoritaria?)
Ariele Edizioni, Milano, 2014, pagine194, euro 19,00

Il testo sostiene che la religione non sia affatto necessaria e neanche molto importante per la salute sociale e morale di un Paese. L’affermazione che la moralità non può sopravvivere senza religione è una menzogna: l’autore esplica un serio e approfondito esame critico per confutare questo luogo comune.

Molti filosofi atei hanno un profondo interesse per l’etica e sono spesso impegnati quanto i loro equivalenti religiosi. L’autore stesso, che si dichiara non credente, presenta il suo esempio personale: “So che è una prova aneddotica, ma io sono ateo, la maggior parte dei miei amici sono atei e nessuno di noi sembra anche solo lontanamente disposto” a compiere atti criminosi.

Le persone dovrebbero essere così audaci da usare la forza della loro ragione e farsi un loro giudizio morale piuttosto che delegarlo a qualche autorità religiosa.

Il testo difende l’ideale kantiano dell’Illuminismo, indurre gli individui a mettere in dubbio l’autorità religiosa esterna e a pensare e giudicare autonomamente.

Negli anni scolastici e nell’ambiente familiare bisogna sviluppare nei bambini una “mentalità liberale” cioè un’approccio non dogmatico alle scelte di vita sviluppando le loro capacità critiche.

L’educazione delle nuove generazioni deve essere quindi basata sull’“incoraggiamento del pensiero critico”. L’autore attacca l’educazione religiosa dogmatica sulla base di dati di fatto statistici oggettivi come il seguente: “A dispetto del fatto che negli Stati Uniti quasi tutti credono in dio, gli Stati Uniti hanno problemi molto seri con il crimine e la delinquenza”.

Il testo esamina poi i complessi rapporti fra relativismo e autoritarismo auspicando un’educazione basata su un non-relativismo e fuori dai pericoli dell’autoritarismo dogmatico. Per Law è comunque possibile un educazione morale di tipo religioso non necessariamente basata sull’autorità dogmatica delle loro scritture sacre.

Bisogna contrastare ogni comunità tenuta insieme da un’autorità religiosa che pontifica vincolando le menti e la condotta di una persona a rigide norme di vita.

Nelle scuole va dato maggiore spazio a quegli educatori capaci di gestire una discussione filosofica e dove purtroppo si impartisce una educazione religiosa si inserisca almeno un po’ di filosofia della religione.

Infine da segnalare un paragrafo dedicato a Galileo che “se la cavò ancora bene: il suo amico Giordano Bruno fu bruciato sul rogo per aver espresso opinioni altrettanto eretiche”.

Pierino Marazzani, febbraio 2016

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Pietro Ratto
Le pagine strappate
Casa editrice Elmìs World, Aosta, 2014, pagine 105, euro 12,00

Studiando la storia dei papi l’autore segnala una massiccia presenza di “assassini, ladri, libidinosi e persino indemoniati” e di persone elette a tale alto grado in età incongrue: “Gregorio V risulta eletto a 24 anni, Benedetto IX a poco più di 20 (ma c’è chi giura che ne avesse 12!) ed Alessandro I-il quinto papa dopo Pietro-a meno di 30”. Ma il libro si concentra sulla vicenda della papessa Giovanna, Giovanni VIII.

Consultando antichi testi di storia della Chiesa Cattolica e sulla base di una discreta bibliografia per lo più anticlericale l’Autore evidenzia palesi contraddizioni storiografiche: “Giovanni VIII è sparito. Giovanni VIII è ormai definitivamente Giovanni IX. Due anni soppressi, annullati. Due anni rimossi. Ma come?”.

L’Autore presenta un elenco di una quarantina di studiosi medievali e moderni che ne avevano avvalorata l’esistenza: inglesi, francesi, tedeschi, svizzeri e, ovviamente, italiani. Gli storici della Controriforma ne hanno invece negato ogni veridicità manomettendo e interpolando le traduzioni di tali testi antichi per cui ci si chiede giustamente: “Come può Santa Romana Chiesa pretendere di convincere la gente di avere ragione barando così?”. Si giunse perfino a ritoccarne il busto conservato nel duomo di Siena in modo da trasformarlo in quello di un uomo.

L’Autore è riuscito a ritrovare alcuni vecchi libri di storia del papato, scritti prima delle censure controriformistiche e digitalizzati, i quali inchiodano la Chiesa alle sue pie falsità!

Dalle ricerche bibliografiche e archivistiche riferite nel libro si deduce la cronica mancanza di una schedatura globale del patrimonio cartaceo cattolico sparso in una miriade di monasteri, diocesi e fondazioni varie. È mai possibile che, con tutte le sue enormi ricchezze mobiliari e immobiliari, la Chiesa non abbia ancora progettato di realizzare un archivio globale centralizzato mondiale del suo inestimabile patrimonio letterario?

Dal testo risulta pure che papa Leone IX (1049-1054) scrisse una lettera al patriarca di Costantinopoli rimproverandogli la presenza di eunuchi e di una donna all’interno della Chiesa greca. Ciò ci induce a due considerazioni:
– essendo stati impiegati nella cappella papale gli evirati cantori, detti anche da alcuni “castrati di dio” fino al 1903, si ha evidentemente un’ulteriore prova della doppiezza e malafede pontificia
– il fatto che il papa è scandalizzato dalla presenza di una donna nella Chiesa greca è una riprova dell’odio antifemminile cattolico.

Infine è da sottolineare l’affermazione polemica dell’autore contro la Congregazione dell’Indice per non aver mai inserito le opere di Hitler nella lista dei libri vietati.

Pierino Marazzani, febbraio 2016

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Franco Tommasi
Non c’è Cristo che tenga
(Silenzi, invenzioni e imbarazzi alle origini del cristianesimo. Qual’è il Gesù storico più credibile?)
http://www.mannieditori.it , 2014, Manduria, euro 26,00, pagine 430

Il libro è corredato da bibliografia e indice dei nomi. Ottimo e approfondito testo di contro-informazione anti-biblica con spunti polemico-satirici in cui si sviscerano le insanabili contraddizioni sia delle scritture ebraiche (Vecchio Testamento) sia delle scritture greche (Nuovo Testamento). Precisi ragionamenti logici si alternano all’osservazione di risvolti addirittura comici a proposito, per esempio, delle battute di padre Luigi Fanzaga, direttore di Radio Maria.

Dopo un’ampia e accurata analisi critica di secolari studi biblici l’Autore propende per quegli “studi che suggeriscono come il cristianesimo sia andato progressivamente costruendosi su una montagna di farneticazioni di esaltati, raggiri, prevaricazioni e menzogne”. I creatori del mito cristiano hanno distrutto tutte le testimonianze scritte originali che avrebbero permesso di ricostruire un’immagine credibile di Gesù.

In ogni caso Gesù, se mai esistette, fu con ogni probabilità un ebreo fedele della Torah, dalla nascita alla morte, cosa che di certo non si può dire di Paolo di Tarso. Costui predicava “farneticazioni”, era affetto da “deliri” e aveva “una mente ossessiva, contorta e nevrotica”.

Per quanto riguarda i vangeli: Marco è inventato e pieno di miracoli mai accaduti, Giovanni “è una totale fiction”, Matteo e Luca nasconderebbero informazioni storicamente significative su Gesù. Come mai Matteo si dimentica completamente di riferire l’Ascensione di Gesù al cielo “considerandola evidentemente una bazzecola”?

Vi sono evidenti contraddizioni geografiche nei riferiti viaggi di Gesù fra Libano e Galilea che dimostrano la “fervida fantasia” della tradizione evangelica, che ha “sistematicamente corretto , corrotto e creato i suoi documenti”.

Il Vaticano ha sempre ostacolato lo studio storico-critico della Bibbia fino al punto di imporre un “grottesco giuramento” che è duramente denunciato dall’Autore.

Si occulta che per la setta dei Mandei, piccolo gruppo religioso della Mesopotamia, Gesù era solo un “falso Messia” mentre il vero inviato sarebbe stato Giovanni Battista. Per molti studiosi moderni Gesù è realmente esistito ma era solo “un profeta apocalittico fallito” la cui vicenda fu rielaborata in senso salvifico da Paolo di Tarso molti anni dopo la sua morte. Secondo l’Autore Paolo avrebbe mutuato dalle religioni misteriche tali concezioni, relative al significato della crocifissione di Cristo.

Interessante anche il paragrafo “Lazzarate” in cui si contesta la presunta resurrezione di Lazzaro evidenziandone le palesi incongruenze.

Pierino Marazzani, marzo 2016

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Marcello Petracci
I matti del duce
(Manicomi e repressione politica nell’Italia fascista)
Donzelli, Roma, 2014, pagine 237, euro 33,00

Il testo, corredato da ricchissima bibliografia e indice dei nomi, tratta delle terribili vicende di molti perseguitati dal regime fascista, fatti passare per malati di mente allo scopo di levarli dalla circolazione in maniera asettica.

L’espatriato per motivi politici antifascisti era una possibile minaccia, l’assassinato dai fascisti era un martire che suscitava sentimenti di rivalsa, mentre il ricoverato nei manicomi provinciali era solo un derelitto da compatire.

Non per caso Giuseppe Massarenti, ex sindaco socialista di Molinella in provincia di Bologna, si rifiutò di uscire dal manicomio in cui era ingiustamente ricoverato anche dopo la Liberazione: “sarebbe uscito solo quando la perizia psichiatrica che lo aveva fatto internare fosse stata dichiarata falsa”.

Il testo riporta numerosi casi di torture fisiche e psicologiche avvenute durante il regime fascista nel più totale silenzio dei cappellani carcerari e manicomiali i quali, in cambio dei loro stipendi, hanno sempre taciuto sia durante sia dopo la caduta del fascismo, ad esempio:
– un giovane antifascista empolese subì punture di spillo su tutto il corpo, lingua compresa, e gli fu falsamente comunicata la notizia della sua condanna a morte
– un’antifascista milanese, arrestata nel 1931, aveva subito “tante torture quasi da impazzire” veramente
– Carino Longo, nato a Fubine (Aessandria), fu bastonato, ferito a pugnalate davanti a moglie e figli e dopo l’arresto “fu picchiato, e molto” in carcere
– Secondo Biamonti denunciò di aver subito nel padiglione XVIII del manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma “gravi atti di violenza…che in pratica si possono considerare dei veri e propri tentativi di omicidio”. In questo ospedale sono segnalate anche le sevizie della somministrazione di acqua bollente ai ricoverati legati al letto e lo strappamento delle unghie dei piedi
– un antifascista arrestato nel 1939 subì “violenze e torture” tanto da impazzire e morire in manicomio nel 1942 a soli 29 anni.

Il testo raccoglie notizie di 475 antifascisti internati, di cui 122 morti segregati in manicomio, e afferma che la percentuale dei decessi in manicomio degli oppositori politici era molto più alta rispetto ai decessi di antifascisti avvenuti in carcere o al confino. L’azione totalitaria fascista destabilizzò la mente di molti italiani, traumatizzati dalla sua violenza criminale, tanto che nel periodo 1927-1941 si assistette ad un progressivo aumento dei ricoverati, da 62.127 a 99.946.

Il testo segnala anche alcuni casi di ricoverati per offese varie al cattolicesimo.

Pierino Marazzani, maggio 2016

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Alessandro Luparini – Laura Orlandini
La libertà e il sacrilegio
(La settimana rossa del giugno 1914 in provincia di Ravenna)
Giorgio Pozzi Editore, Ravenna, 2014, pagine 150, euro 15,00

Si tratta di un testo ricchissimo di riferimenti anticlericali poiché chiese e conventi furono bersaglio di quello scoppio di rabbia popolare: la Chiesa era vista come complice dell’oppressione di classe ma l’accanimento antireligioso aveva anche storiche radici risorgimentali. Tutti ricordavano ancora le tristi nefandezze del boia papale Mastro Titta, autore di più di 500 condanne a morte, e le cruente rivolte antipapali del secolo XIX. Il prete era visto come la rappresentazione vivente del potere più retrogrado e oscuro.

Il testo è corredato da alcune foto d’epoca, ben conservate, relative alle devastazioni delle chiese di Ravenna e provincia e alle scritte anticlericali fatte sui loro muri esterni. Sono segnalati i pittoreschi nomi dei settimanali anticlericali dell’epoca, come quello del repubblicano “Il Lucifero” diretto dall’allora giovanissimo Pietro Nenni, poi passato ai socialisti. Nell’insurrezione si ritrovarono momentaneamente uniti “repubblicani, socialisti e anarchici, rappacificati dopo anni di aspri dissidi”.

A Ravenna si stampavano un quotidiano e quattro settimanali definiti dai clericali “empi, antireligiosi, immorali, spudorati all’ultimo respiro”.

A Mezzano il parroco fu spogliato dell’abito talare, poi arso pubblicamente, e lui stesso portato in giro in mutande per il paese in groppa a un asino. Ad Alfonsine alcuni popolani penetrarono nella chiesa di Santa Maria delle Grazie ferendo un prete, saccheggiando, decapitando statue di santi e compiendo profanazioni varie. A Faenza si tentò un assalto all’ istituto dei salesiani.

Le scorribande anticlericali furono spesso caratterizzate “da riti farseschi e da episodi di parossistico sovvertimento dei ruoli” tali da ricordare quelli dei garibaldini a Monterotondo, in provincia di Roma, nel 1867.

Poiché la Chiesa aveva scomunicato il tango esso venne ballato a più non posso in tutte le feste da ballo organizzate dai partiti e dai movimenti anticlericali. Si sostituirono le feste patronali con quelle laiche, ad esempio l’anniversario della Comune di Parigi.

L’anticlericalismo ravennate era caratterizzato da forti tinte antireligiose per cui, anche fra donne e fanciulli, era diffusa la “bestemmia più sguaiata” e un deciso ateismo, chiese e oratori erano sistematicamente disertati. Secondo una relazione del parroco di Mezzano “circa metà dei residenti sono lontani dalla Chiesa”.

Nel titolo di un paragrafo è così riassunta la situazione della religiosità a Ravenna in quell’epoca: “Quasi come in terra d’ infedeli”.

Pierino Marazzani, giugno 2016

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Stefano Gagliano
Lotta per l’Italia Laica e Protestantesimo (1948-1955)
Biblion Edizioni, Milano, 2014, pagine 237, euro 18,00

Il testo denuncia “una autentica persecuzione” scatenata dai governi democristiani del dopoguerra contro la Chiesa Pentecostale italiana e tutta una serie di vergognosi atti intimidatori contro le altre fedi protestanti. Si continuavano ad applicare leggi, decreti e circolari clerico-fasciste del razzista Buffarini Guidi, fucilato nel 1945.

Deputati, giornali e riviste laiche lanciarono quindi una campagna libertaria pluridecennale in nome delle libertà costituzionali. Il “potere democristiano”, con la sua tipica doppiezza, assicurava in Parlamento e ai diplomatici esteri dei Paesi protestanti che “la libertà in Italia è pienamente garantita” mentre, di fatto, non era così. Le confessioni religiose minoritarie erano poste su un piano di oggettiva inferiorità giuridica e continuamente sorvegliate dalla “sbirrocrazia”. Esisteva un preciso disegno politico democristiano per impedire alle religioni di minoranza di sottrarsi alle vecchie disposizioni di polizia “applicate dal ministero degli interni in maniera assai più restrittiva rispetto al regime fascista”!

Il testo segnala un disegno di legge del ministro Scelba, definito contraddittorio ed equivoco, che assumeva, in barba alla Costituzione, “il criterio fascista della maggior consistenza della religione cattolica per giustificare particolari aggravanti e disparità giuridiche” ai danni dei protestanti.

Il libro elenca con minuzia le numerose vessazioni poliziesche applicate ai protestanti in quegli anni: pare che Andreotti volesse addirittura “sottoporre a controllo di polizia l’attività propagandistica dell’evangelismo italiano”. Giorgio Spini, noto storico fiorentino, accennò in una sua lettera all’ “intolleranza rabbiosa dei clericali” mentre Gaetano Salvemini definì i protestanti le “bestie nere dei clericali”.

Sono segnalati casi incredibili: a Salerno fu arrestato un predicatore protestante solo perché era senza autorizzazione, si svolgevano incursioni poliziesche perfino durante i culti, aprire un nuovo locale di culto protestante era un impresa improba.

Secondo l’Autore in quegli anni la DC cercò di trasformarsi da partito in regime autoritario confessionale. Solo con il centro-sinistra furono finalmente abolite da ministri e giudici progressisti, con specifiche sentenze e delibere, le circolari clerico-fasciste: “E con esse cominciava a chiudersi anche il periodo delle vessazioni contro i protestanti in epoca repubblicana”.

Il testo fornisce anche interessanti dati statistici sulla fascistizzazione della magistratura nel dopoguerra: ancora nel 1968 tutti i 524 magistrati di Cassazione erano stati assunti prima del 1944 come pure il 70% di quelli d’Appello.

Infine anche in quegli anni si verificarono casi di protestanti cui fu impedita perfino la sepoltura nei cimiteri comunali: un esempio citato fu a Trani (allora Provincia di Bari) nel 1952.

Pierino Marazzani, giugno 2016

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Daniele Carozzi
Villa Triste – Milano 1944
(La famigerata banda Koch)
Meravigli Editore, Milano, 2014, pagine 158, euro 15,00

Testo di narrativa storica, intervallato da ampi paragrafi di vera e propria storia della Resistenza e del fascismo repubblichino.

Una banda di fanatici fascisti capitanata da Pietro Koch, crudele avventuriero le cui sevizie inferte ai partigiani e loro fautori gli costeranno la fucilazione, fu attiva per vari mesi a Milano nel 1944.

In precedenza, fra il 1943 e il 1944, il Koch aveva organizzato anche a Roma una polizia politica parallela, valendosi del titolo di Questore ausiliario, compiendovi svariate efferatezze.

Nel libro è citato anche il defunto neo-fascista Giorgio Almirante che per un certo periodo svolse l’incarico di giornalista-censore a Torino. Manca invece ogni riferimento al noto frate filofascista Epaminonda Troya che si buscherà una condanna a 30 anni di carcere nel dopoguerra per aver attivamente collaborato con questa banda: precise testimonianze lo collocano a “Villa Triste” insieme ai feroci torturatori.

Un paragrafo è dedicato ai famosi attori Luisa Ferida e Osvaldo Valenti che, nell’aprile 1945, pagheranno con la vita la scelta di collaborare attivamente col fascismo repubblichino.

I dialoghi riportati nel testo rendono bene la totale assurdità della decisione dei fascisti italiani di seguire fino all’ultimo “quel vostro buffone pazzoide con i baffetti”: Mussolini è poi definito satiricamente “il mascellone”.

Un brano interessante è anche quello in cui un prete di Moncalvo (Asti) confessa candidamente che “dobbiamo assistere chiunque” ed infatti, nel dopoguerra, nei conventi cattolici saranno ospitati migliaia di criminali nazi-fascisti, salvandoli dalla loro giusta punizione.

Pierino Marazzani, ottobre 2016

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2 risposte a “26-Recensioni di opere con prima edizione nel 2014

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